…a lo of yo out dere probably neva even eard of da word.” L’inimitabile Ali G, noto comico e, pare, semiologo, ha già analizzato, una volta per tutte, il funzionamento dei moderni mezzi di comunicazione di massa. Una volta ha pure intervistato quel testone (letteralmente) di Newt Gingrich, che sabato scorso ha vinto a sorpresa le primarie in South Carolina. Momento topico della campagna di Gingrich: la veemente risposta, durante l’ultimo dibattito televisivo prima delle primarie, alla domanda del moderatore della CNN John King, che gli ha chiesto come prendesse il suo sputtanamento (letteralmente) ad opera della seconda ex-moglie, che tutti pensavano gli sarebbe costato parecchi elettori conservatori. Davvero, ci vuole Ali G per capire perché King ha lasciato al candidato repubblicano tutta la libertà di cui aveva bisogno per scagliarsi contro la “maggior parte dei mezzi di comunicazione” negli Stati Uniti (testuali parole) ed ergersi così a paladino della classe media contro quello che da oltre quarant’anni, cioè dalla campagna elettorale di Nixon nel 1968, i repubblicani à la Gingrich chiamano con squisita ipocrisia “the establishment”, in questo caso quello dei media, appunto, e dello stesso Partito Repubblicano. Non è che mi interessino gli affari di letto dell’ex Speaker della Camera dei Rappresentanti, non proprio un outsider, che, tra l’altro, fu uno dei grandi inquisitori di Clinton ai tempi dello scandalo Lewinsky, quanto l’inanità del giornalismo di regime, come ha brillantemente spiegato Jon Stewart, un altro comico…
“The Media…
Pubblicato gennaio 25, 2012 Politics Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, 2012 South Carolina Primaries, Newt Gingrich, Ali G, Jon Stewart
Colbert for President
Pubblicato gennaio 17, 2012 Politics Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Stephen Colbert, 2012 Republican Primaries
L’ho già detto che per capire la politica dei repubblicani bisogna darsi alla satira. Da qualche anno a questa parte nessuno meglio del comico Stephen Colbert ne ha messo a nudo le assurdità nel suo Colbert Report, un programma di informazione nonsense che è molto meglio di quelli veri. Memorabile fu il suo intervento nel 2006 alla tradizionale cena che ogni anno viene offerta in onore dei corrispondenti dalla Casa Bianca, con George W. Bush a due passi dal podio visibilmente imbarazzato. Colbert è stato l’unico in otto anni capace di dirne quattro in faccia a Bush. La scorsa primavera riuscì a formare un Super Pac, uno di quei comitati elettorali che la Corte Suprema aveva da poco reso possibili con l’infausta sentenza Citizen United v. Federal Election Commission e che stanno inondando di denaro le presidenziali di quest’anno, senza che tali finanziamenti siano legalmente riconducibili ad alcun candidato o alla fonte da cui provengono. La scorsa settimana, dopo un sondaggio che lo dava al 5 per cento nelle primarie in South Carolina, Colbert ha annunciato l’intenzione di candidarsi, o almeno ha fatto finta, e nel frattempo ha ceduto il suo Super Pac al collega Jon Stewart, ridicolizzando le regole dell’attuale campagna elettorale. Domenica era ospite del malcapitato George Stephanopoulos su ABC This Week e lo è stato in passato di Tim Russert su Meet the Press, quando si candidò per le primarie democratiche nel 2007, Larry King, David Letterman, Bill O’Reilly, “padre spirituale” del suo personaggio, oltre ad avere testimoniato “in and out of character” alla Camera dei Rappresentanti su immigrazione illegale e lavoro nero in agricoltura. Welcome to the Colbert Nation!
Quel pezzo di merda…
Pubblicato gennaio 4, 2012 Politics Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Dan Savage, Rick Santorum, 2012 Iowa Primaries, Lewis Black
Mi sembra del tutto approppriato alle forme e ai contenuti dell’odierna politica repubblicana che le primarie del partito che solo un paio di anni fa era il megafono di George W. Bush si aprano con l’exploit in Iowa dell’ultraconservatore Rick Santorum. Era il lontano 29 maggio del 2003 e appena quattro settimane erano trascorse dal discorso di Bush sulla portaerei Lincoln, a celebrazione della “missione compiuta” in Iraq, quando Dan Savage, curatore della rubrica “Savage Love” su The Stranger di Seattle, allora ancora poco noto al grande pubblico, oggi giustamente famoso come autore, giornalista e attivista gay, pubblicò il risultato di un particolare sondaggio che riguardava proprio Santorum. Qualche tempo prima l’allora senatore della Pennsylvania si era opposto all’abrogazione da parte del Senato americano di certe vecchie leggi contro la sodomia, roba da inquisizione che pure durava da un pezzo, e durante un’intervista aveva equiparato il sesso tra omosessuali all’incesto, la bigamia, l’adulterio e soprattutto l’accoppiamento di uomini e cani. Nel corso della successiva polemica Savage chiese ai suoi lettori di battezzare come “santorum” un atto sessuale a scelta. Risposero in più di tremila e alla fine la più gettonata fu la seguente definizione, tecnicamente di un “sottoprodotto,” e cioè “la mistura schiumosa di lubrificante e materia fecale che a volte è il sottoprodotto del sesso anale.” Come a dire: “ci siamo divertiti tanto, ma poi ci siamo ritrovati le lenzuola piene di santorum.” Da allora, grazie a una campagnia di mobilitazione su Internet, quando si cerca “santorum” su Google, il primo risultato riporta la suddetta definizione e il collegamento al sito dove si trovano tutte le informazioni sul caso. E siccome è la satira che davvero, meglio di ogni altro registro, esprime i paradossi del Partito Repubblicano, date un’occhiata, a proposito del dibattito sui diritti dei gay in piena Era Bush, a un esilarante brano da Red, White and Screwed di Lewis Black, che se la prende anche con quel pezzo di merda…
I Told You So!
Pubblicato dicembre 23, 2011 Politics , History Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Iraq War
Yesterday, just one day after I posted on the increasingly critical situation in Iraq, “a wave of coordinated bombings” killed 63 people and injured 200 in Baghdad…
Don’t Forget and Keep Your Eyes Open
Pubblicato dicembre 21, 2011 Politics , History Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Iraq War
This goes out to those, and they are more than one would expect, who say that, after all, the War in Iraq was not a failure. In the past few days, things have come up that, well, don’t seem to add up. Amnesia and wishful thinking: these are the states of mind in which you guys are. In an incident that would look ridiculous if the subject matter was not as tragic as it is, New York Times reporters have found hundreds secret documents dumped in a junkyard outside Baghdad by U.S. troops just leaving Iraq, which reveal gruesome details about the infamous 2005 Haditha massacre. Meanwhile, the Iraqi government is under great strains after Prime Minister Maliki, a Shiite, threatened to abandon last year power-sharing agreement if the Kurdish leaders will not hand over to him Vice President Hashemi, a Sunni, who has recently been indicted on charges of terrorism. For more on this watch Democracy Now and read the New York Times.
Liberismo?
Pubblicato settembre 28, 2011 Politics , History , Economy Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Totalitarismo, Liberismo
Lotta di classe
Pubblicato settembre 21, 2011 Politics , History , Economy Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Paul Krugman, Class Warfare, Lotta di classe
Finalmente se ne risente parlare. A farlo non è un nostalgico dei soviet ma il premio Nobel per l’economia ed editorialista del New York Times Paul Krugman. Ieri sul suo blog, The Conscience of a Liberal, ha pubblicato alcune brevi “Notes on Class Warfare,” quella lotta di classe, cioè, che ha avuto luogo negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti a favore dei “ricchi,” come li chiama lui senza troppi giri di parole, e contro i ceti medi. Le note di Krugman dovrebbero far riflettere chi parla di fine delle ideologie, della distinzione tra destra e sinistra, ecc. Eccole:
1. Major tax cuts for high-income Americans, much larger as a percentage of income than for the middle class; CBO data here.
2. Decline in real minimum wage.
3. Union-busting, aided and abetted by federal policy.
4. Financial deregulation, which has fed inequality because very high incomes come disproportionately from that sector.
And now shrieks of outrage over the prospect of even a slight reversal of these trends.
Duck and Cover
Pubblicato agosto 24, 2011 History Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Duck and Cover, August 2011 East Coast Earthquake
Yesterday, shorty after an earthquake shook the East Coast, I received an email from the University of Maryland with the following message, courtesy of F.E.M.A. I don’t know why, but it reminded me of the hilarious 1951 Civil Defense Film “Duck and Cover.” Here it is:
What to Do During an Earthquake:
Stay as safe as possible during an earthquake. Be aware that some earthquakes are actually foreshocks and a larger earthquake might occur. Minimize your movements to a few steps to a nearby safe place and if you are indoors, stay there until the shaking has stopped and you are sure exiting is safe.
If indoors:
•DROP to the ground; take COVER by getting under a sturdy table or other piece of furniture; and HOLD ON until the shaking stops. If there isn’t a table or desk near you, cover your face and head with your arms and crouch in an inside corner of the building.
•Stay away from glass, windows, outside doors and walls, and anything that could fall, such as lighting fixtures or furniture.
•Stay in bed if you are there when the earthquake strikes. Hold on and protect your head with a pillow, unless you are under a heavy light fixture that could fall. In that case, move to the nearest safe place.
•Use a doorway for shelter only if it is in close proximity to you and if you know it is a strongly supported, loadbearing doorway.
•Stay inside until the shaking stops and it is safe to go outside. Research has shown that most injuries occur when people inside buildings attempt to move to a different location inside the building or try to leave.
•Be aware that the electricity may go out or the sprinkler systems or fire alarms may turn on.
•DO NOT use the elevators.
If outdoors:
•Stay there.
•Move away from buildings, streetlights, and utility wires.
•Once in the open, stay there until the shaking stops. The greatest danger exists directly outside buildings, at exits and alongside exterior walls. Many of the 120 fatalities from the 1933 Long Beach earthquake occurred when people ran outside of buildings only to be killed by falling debris from collapsing walls. Ground movement during an earthquake is seldom the direct cause of death or injury. Most earthquake-related casualties result from collapsing walls, flying glass, and falling objects.
If in a moving vehicle:
•Stop as quickly as safety permits and stay in the vehicle. Avoid stopping near or under buildings, trees, overpasses, and utility wires.
•Proceed cautiously once the earthquake has stopped. Avoid roads, bridges, or ramps that might have been damaged by the earthquake.
If trapped under debris:
•Do not light a match.
•Do not move about or kick up dust.
•Cover your mouth with a handkerchief or clothing.
•Tap on a pipe or wall so rescuers can locate you. Use a whistle if one is available. Shout only as a last resort. Shouting can cause you to inhale dangerous amounts of dust.
You can watch the original Duck and Cover, featuring Bert the Turtle, on YouTube.
From Trinity to Fukushima
Pubblicato maggio 8, 2011 History Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Trinity Test, Fukushima Accident
It has now been about two months since an earthquake and tsunami crippled the Fukushima Dai-ichi nuclear plant and, inevitably, news about the disaster are getting scarcer. Yes, inevitably, because the news cycle is just what it is, but also, very probably, because of the interests at stake in any major rethinking of the use and abuse of nuclear energy. So, nothing will change? Quite possibly. To put things in perspective, it is worth watching a clever work by a Japanese artist, Isao Hashimoto’s Nuclear Detonation Timeline, 1945-1998. It is a ten-minute video, showing one-by-one, on a map of the world, all the detonations of nuclear weapons ever occurred, with the exception of the two North Korean test in 2006 and 2009. You may want to ask yourself how many of those detonations did in fact occur since Trinity, the first nuclear test conducted by the U.S. Army in the desert of New Mexico on July 16, 1945, a couple of weeks before Hiroshima and Nagasaki were obliterated. The number is simply staggering: 2055. Most of them were due to the arms race between the United States and the Soviet Union, but the other nuclear powers, Great Britain, France, China, India, and Pakistan, contributed their share. Israel, which also has a nuclear arsenal, albeit undeclared, appears to have not conducted any test of its own. Now, how many Fukushima is that? Actually, forget Fukushima, or Chernobyl for that matter. Even considering that no atmospheric nuclear test has been conducted since the 1963 Test-Ban Treaty, after which all tests took place underground, I think that is a sober reminder of how, historically, the issue of nuclear energy’s damage to the environment has been considered by, well, the powers that be. One should not look any further for plausible answers as to what is going to happen next, unless, of course, sanity will finally prevail in the minds of enough people and democracy will suddenly and unexpectedly start working.
Wisconsin School of Labor
Pubblicato marzo 13, 2011 Politics , History , Economy Lascia un commentoEtichette: Giacomo Mazzei, Lo zio d'America, Wisconsin School of Labor
Si è chiusa, almeno per il momento, la partita sui diritti sindacali dei dipendenti pubblici nel Wisconsin, una vicenda di grande rilievo politico, che i media italiani hanno in gran parte ignorato. A vincere quello che potrebbe rivelarsi solo il primo round di un match ben più lungo, l’inizio di un più vasto scontro su scala nazionale, è stato il neoeletto governatore del Wisconsin, il repubblicano Scott Walker, con la sua maggioranza, anch’essa fresca di elezione, che, dopo un braccio di ferro con i democratici durato circa un mese, sono riusciti a passare una legge che cancella la contrattazione collettiva nel settore pubblico. Si tratta di una svolta epocale. Proprio nel Wisconsin, tra i cinquanta stati dell’Unione quello che vanta la più antica e gloriosa tradizione progressista, il diritto alla contrattazione collettiva fu per la prima volta riconosciuto ai sindacati del pubblico nel 1959. Da allora molte cose sono cambiate. Se alla fine degli anni Cinquanta i lavoratori del settore erano una minoranza tra la forza lavoro sindacalizzata, oggi, dopo decenni di delocalizzazione industriale, costituiscono un pezzo considerevole di quel che resta del movimento sindacale negli Stati Uniti. Rappresentano anche un’importante base di consenso elettorale e di finanziamento per il Partito Democratico, probabilmente la più importante al di fuori delle grandi lobby finanziarie. Di qui la portata dell’operazione repubblicana nel Wisconsin, che infatti si è scontrata con una forte opposizione politica e sociale, compresa l’occupazione della sede del governo statale da parte di migliaia di dimostranti, e ha quindi destato particolare attenzione nel paese. Ma simili misure sono state già introdotte in altri stati a maggioranza repubblicana e vengono ora prese in considerazione anche da alcuni democratici, come il nuovo governatore di New York, Andrew Cuomo. Siamo di fronte a un passaggio politico di non poco conto, laddove la vittoria conservatrice nelle recenti elezioni americane ha imposto una ricetta anti-crisi fatta di tagli alle tasse e alla spesa pubblica, accompagnati da un attacco senza precedenti ai diritti sindacali, per fare cassa ai danni dei lavoratori.
Con il nord Africa in rivolta e adesso con lo tsunami in Giappone, non c’è da stupirsi se il mondo dell’informazione in Italia ha dato poco spazio alle notizie provenienti da un luogo che probabilmente la maggior parte degli italiani non sa nemmeno trovare su una cartina dell’America. Tuttavia, è singolare che non se ne sia parlato affatto, o quasi, dalla metà di febbraio, quando la vicenda è esplosa, ad oggi. Navigando sui siti dei principali quotidiani, non se ne trova praticamente traccia: un paio d’articoli sul confindustriale Sole 24 Ore, ovviamente interessato alla cosa, un pezzo di Maurizio Molinari sulla Stampa, qualche post sui blog associati e niente più tra le numerose curiosità e apparenti stranezze che riempiono, come al solito, le cronache dagli Stati Uniti. Questo silenzio mi sembra il segno di qualcosa di più profondo di una semplice disattenzione. Alla grande stampa italiana, per non parlare dei telegiornali, l’America del dissenso, soprattutto quello sociale, sembra non interessare. Eppure, molto si è parlato dei contratti draconiani firmati dalla United Auto Workers (UAW) con le case automobilistiche di Detroit. Ma ciò serviva gli interessi di Marchionne e dei solerti corifei schierati a sostegno dell’amministratore delgato della FIAT e dei suoi piani di modernizzazione industriale. Meno conveniente, evidentemente, risulta parlare dell’altra faccia della medaglia. Mi pare anche un segno dei tempi. Una volta, tanti anni fa, ai tempi del Piano Marshall, del Miracolo economico, fino all’Autunno caldo, quando il sindacalismo americano era considerato un modello per i sindacati non-comunisti, quando la UAW era ben altra cosa, tanto per intenderci, certe notizie sarebbero forse finite in prima pagina. Qualcuno forse avrebbe ricordato la cosiddetta Wisconsin School of Labor, quel circolo di storici, giuristi, sociologi ed economisti cui si ispirò gente come Gino Giugni, il padre del nostro Statuto dei lavoratori, che a Madison andò a studiare con una borsa Fulbright. Il Wisconsin ormai non fa più scuola, o magari sí, anche se non se ne parla, o forse proprio perché non se ne parla.
Per saperne di più, leggi The Great Wisconsin Blowjob, una cronaca poco ortodossa ma sostanzialmente accurata dei fatti, e Convenient Scapegoat: Public Workers under Assault, con un’analisi storica del problema.












