
Ieri sera il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, John McCain, si è giocato le penultime chances di essere eletto. Penultime, perché c’è ancora un dibattito e non si sa mai, e perché può pur sempre verficarsi la October surprpise. Ma mi pare difficile che da qui a una settimana qualcuno inventi la macchina del tempo! Vabbé, facciamo quattro settimane, quelle che, più o meno, mancano al giorno delle elezioni. Già, perché solo una macchina del tempo potrebbe rimettere in pista il vecchio McCain, che ieri scalpitava sul palco perché le antiche ferite di guerra gli fanno ancora male e non sa stare fermo. E come è penosamente suo solito, sollevava le braccia con fatica, fino all’altezza delle spalle circa. Più di lì non va, per via delle fratture riportate in Vietnam una quarantina d’anni fa.

E mentre lui si aggirava, Obama lo guardava benevolo. Giovane, snello, energico, sicuro di se stesso, calmo – not an angry black man at all, he knows that he doesn’t want to look like that, never – lui, Obama, looked presidential. The nail in McCain’s coffin, si direbbe da queste parti. Dopo la scelta di una cheerleader ultra-conservatrice come running mate, che se lui dovesse andare al Creatore prima di lasciare la Casa Bianca potrebbe ritrovarsi a capo delle forze armate americane…

…dopo il tentativo di glorificarlo come eroe di guerra alla convention repubblicana. Sì, eroe di guerra. E mi chiedo: che ci stava a fare McCain in Vietnam? E mi dico: dava il suo contributo, certamente eroico, al massacro di un paio di milioni di contadini…

…è arrivata la più grave crisi finanziaria dalla Grande depressione. E adesso ci vuole polso. Adesso gli americani, che fino a un paio di settimane fa ancora tentennavano, sceglieranno Obama. A meno di sorprese dell’ultimo momento, come dicevo qualche riga più su. Ma lo Zio vive a un paio di chilometri in linea d’aria dalla Casa Bianca e preferisce non pensare alle sorprese.