Wisconsin School of Labor

Si è chiusa, almeno per il momento, la partita sui diritti sindacali dei dipendenti pubblici nel Wisconsin, una vicenda di grande rilievo politico, che i media italiani hanno in gran parte ignorato. A vincere quello che potrebbe rivelarsi solo il primo round di un match ben più lungo, l’inizio di un più vasto scontro su scala nazionale, è stato il neoeletto governatore del Wisconsin, il repubblicano Scott Walker, con la sua maggioranza, anch’essa fresca di elezione, che, dopo un braccio di ferro con i democratici durato circa un mese, sono riusciti a passare una legge che cancella la contrattazione collettiva nel settore pubblico. Si tratta di una svolta epocale. Proprio nel Wisconsin, tra i cinquanta stati dell’Unione quello che vanta la più antica e gloriosa tradizione progressista, il diritto alla contrattazione collettiva fu per la prima volta riconosciuto ai sindacati del pubblico nel 1959. Da allora molte cose sono cambiate. Se alla fine degli anni Cinquanta i lavoratori del settore erano una minoranza tra la forza lavoro sindacalizzata, oggi, dopo decenni di delocalizzazione industriale, costituiscono un pezzo considerevole di quel che resta del movimento sindacale negli Stati Uniti. Rappresentano anche un’importante base di consenso elettorale e di finanziamento per il Partito Democratico, probabilmente la più importante al di fuori delle grandi lobby finanziarie. Di qui la portata dell’operazione repubblicana nel Wisconsin, che infatti si è scontrata con una forte opposizione politica e sociale, compresa l’occupazione della sede del governo statale da parte di migliaia di dimostranti, e ha quindi destato particolare attenzione nel paese. Ma simili misure sono state già introdotte in altri stati a maggioranza repubblicana e vengono ora prese in considerazione anche da alcuni democratici, come il nuovo governatore di New York, Andrew Cuomo. Siamo di fronte a un passaggio politico di non poco conto, laddove la vittoria conservatrice nelle recenti elezioni americane ha imposto una ricetta anti-crisi fatta di tagli alle tasse e alla spesa pubblica, accompagnati da un attacco senza precedenti ai diritti sindacali, per fare cassa ai danni dei lavoratori.

Con il nord Africa in rivolta e adesso con lo tsunami in Giappone, non c’è da stupirsi se il mondo dell’informazione in Italia ha dato poco spazio alle notizie provenienti da un luogo che probabilmente la maggior parte degli italiani non sa nemmeno trovare su una cartina dell’America. Tuttavia, è singolare che non se ne sia parlato affatto, o quasi, dalla metà di febbraio, quando la vicenda è esplosa, ad oggi. Navigando sui siti dei principali quotidiani, non se ne trova praticamente traccia: un paio d’articoli sul confindustriale Sole 24 Ore, ovviamente interessato alla cosa, un pezzo di Maurizio Molinari sulla Stampa, qualche post sui blog associati ai quotidiani on-line e niente più tra le numerose curiosità e apparenti stranezze che riempiono, come al solito, le cronache dagli Stati Uniti. Questo silenzio mi sembra il segno di qualcosa di più profondo di una semplice disattenzione. Alla grande stampa italiana, per non parlare dei telegiornali, l’America del dissenso, soprattutto quello sociale, sembra interessare poco. Eppure, molto si è parlato dei contratti draconiani firmati dalla United Auto Workers (UAW) con le case automobilistiche di Detroit. Ma ciò serviva gli interessi di Marchionne e dei solerti corifei schierati a sostegno dell’amministratore delgato della FIAT e dei suoi piani di modernizzazione industriale dell’indotto automobilistico italiano. Meno conveniente, evidentemente, risulta parlare dell’altra faccia della medaglia. Tutto cio mi pare inequivocabilmente un segno dei tempi. Una volta, tanti anni fa, per intenderci ai tempi del Piano Marshall, del Miracolo economico, fino all’Autunno caldo, quando la UAW era la più efficiente macchina di mobilitazione del movimento operaio negli Stati Uniti e il sindacalismo americano era considerato un modello dalla nostrane CISL e UIL, certe notizie sarebbero forse finite in prima pagina anche in Italia. Qualcuno forse avrebbe ricordato la cosiddetta Wisconsin School of Labor, quel circolo di storici, giuristi, sociologi ed economisti cui si ispirarono illustri studiosi, sindacalisti e politici italiani, tra cui lo stesso Gino Giugni, il padre dello Statuto dei lavoratori, che a Madison andò a studiare con una borsa Fulbright. Il Wisconsin ormai non fa più scuola, o magari sí, anche se non se ne parla, anzi, forse proprio perché non se ne parla.

Per saperne di più, leggi The Great Wisconsin Blowjob, una cronaca poco ortodossa ma sostanzialmente accurata dei fatti, e Convenient Scapegoat: Public Workers under Assault, con un’analisi storica del problema.

Annunci

0 Responses to “Wisconsin School of Labor”



  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




Archivi

Categorie

Blog Stats

  • 42,569 hits

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: