Diavolo d’un Saddam

Sono passati dieci anni dall’invasione dell’Iraq, e molta acqua sotto i ponti distrutti e poi ricostruiti del Tigri e dell’Eufrate. Nel frattempo è saltata la testa di Saddam Hussein e pure quelle di centinaia di migliaia tra civili e militari iracheni, americani, inglesi ecc., caduti in quella che si è poi trasformata in una sanguinosa guerra civile. L’Iraq ha avuto le sue prime elezioni libere e un governo democratico, sebbene sotto l’occupazione militare, poi altre elezioni e altri governi, sempre più traballanti, come del resto piuttosto frammentato è rimasto il paese, la cui parte settentrionale, il Kurdistan, è diventato quasi uno stato a sé. Il quinto giacimento petrolifero del pianeta è tornato ad alimentare il mercato mondiale. La cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, messa insieme dalla premiata ditta George W. Bush & co. con l’aiuto, tra gli altri, del secondo governo Berlusconi, si è via via ritirata. Nonostante l’enorme prezzo pagato in termini di vite umane e risorse economiche, la tanto agognata stabilità, lo standard di riferimento per quell’entità dai contorni non ben definiti, nota come “comunità internazionale”, non è stata mai veramente raggiunta – la violenza è ancora troppo diffusa nel paese perché lo si possa considerare “stabile” – anche se l’Iraq non è più uno “stato canaglia”. Questa, per sommi capi e con molte semplificazione sicuramente discutibili, la storia ormai decennale di una vicenda complessa e per molti versi tragica, che non va dimenticata. E proprio per non dimenticare, metto a disposizione su questo blog un articolo che pubblicai il 4 aprile del 2003, un paio di settimane appena dall’inizio della guerra, sul settimanale Diario. L’argomento è alquanto insolito e ha il pregio, credo, di riportare alla memoria il peculiare contesto politico-culturale in cui l’America di Bush scese in guerra, coi suoi alleati “volenterosi”, contro l’Iraq di Saddam. Si tratta del sorprendente fenomeno, oggi decisamente in declino ma all’epoca alquanto consistente, che vide tantissimi, forse milioni di americani abbracciare profezie bibliche sull’imminente per quanto improbabile apocalisse che l’ennesima crisi mediorientale avrebbe finalmente scatenato. Da quando Diario ha chiuso i battenti nel 2009, l’articolo, originariamente reperibile sul sito del settimanale, non è più disponibile on-line – un motivo in più per riproporlo. Le foto di corredo al testo, nella versione qui riprodotta, sono ovviamente diverse da quelle apparse sull’articolo del 2003.

Lo scorso 28 gennaio, in un discorso sullo Stato dell’Unione denso di accenti religiosi, George W. Bush aveva espresso la ferma volontà di disarmare il regime iracheno ad ogni costo. Di fronte allo stallo della diplomazia internazionale, la determinazione dell’amministrazione americana ha poi spianato la strada verso il conflitto. Ma se la nuova dottrina Bush è destinata a mutare rapidamente e in maniera profonda gli equilibri geopolitici del pianeta, per milioni di cristiani evangelici americani la guerra in Iraq è in realtà parte di un disegno provvidenziale scritto a chiare lettere nella Bibbia ed evocato adesso dall’uomo che tre anni fa hanno contribuito ad eleggere. Quando davanti al congresso Bush ha indicato il rischio di un’escalation terroristica, descrivendo Saddam Hussein come una figura demoniaca in grado di infliggere “un giorno di terrore come nessuno di noi ha mai conosciuto”, non solo faceva leva sulla memoria ancora fresca dell’undici settembre. In un discorso chiuso con il mistico appello alla Provvidenza di un “Dio amorevole” ricorreva ad un vocabolario apocalittico che mischia al patriottismo la rassegnata attesa di una fine imminente.

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A proporre questa lettura della retorica presidenziale è lo storico americano Paul Boyer, che nella sua opera ha abbracciato diversi aspetti della cultura del suo paese, dalla stregoneria nel New England secentesco allo sviluppo della classe urbana nell’Ottocento, dall’era atomica alla storia della censura. Nel 1992 Boyer ha pubblicato When Time Shall Be No More: Prophecy Belief in American Culture (Harvard University Press), studio pionieristico in cui ha esaminato la sorprendente diffusione delle credenze profetiche all’interno del rigoglioso movimento evangelico degli ultimi decenni, rintracciandone le origini nell’opera di un dimenticato predicatore inglese molto attivo negli Stati Uniti di fine Ottocento, John Nelson Darby. Si tratta di un fenomeno che tra veri e propri credenti e semplici simpatizzanti ha assunto ormai dimensioni di massa, ma che finora ha suscitato un interesse solo marginale tra gli studiosi americani. Alla luce dei più recenti sviluppi politici, il mese scorso Boyer è tornato ad occuparsi dell’argomento in una serie di conferenze al College of William and Mary e poi in un articolo sul Chronicle of Higher Education, dal titolo John Darby Meets Saddam Hussein: Foreign Policy and Bible Prophecy. “Il mondo accademico – sostiene Boyer – deve prestare maggiore attenzione al ruolo della religione nella vita pubblica americana, e non solo rispetto al passato. Senza un’attenta analisi dello scenario profetico condiviso da milioni di americani l’attuale clima politico negli Stati Uniti non può essere compreso nella sua interezza”.

Petrolio

La storia narrata da Boyer ha origini lontane. Condannata dalla Chiesa sin dai tempi di Agostino, la lettura delle profezie bibliche in chiave millenaristica ha tuttavia influenzato l’immaginario dei fedeli per secoli. L’attesa del Millennio, il regno millenario di Cristo che precede il Giudizio universale, era forte anche tra i coloni inglesi che nel 1620 approdarono sulla costa del New England. E sin dalle origini il millenarismo americano si è fuso con l’idea del popolo eletto. Eccezionalismo e profezia – ricorda Boyer – risuonavano nelle geremiadi del teologo puritano Cotton Mather come nei pamphlet scritti durante la Guerra d’indipendenza. Nel rigoglio di denominazioni religiose che seguì la Rivoluzione americana, movimenti come quello dei Milleriti, gli oltre cinquantamila seguaci del pastore battista William Miller, contribuirono alla diffusione delle credenze profetiche. Le vere e proprie origini del fenomeno attuale si trovano però nella dottrina del premillenarista Darby (i premillenaristi credono nel ritorno di Cristo prima dell’avvento del suo millenario regno in terra). Nel sistema teologico di Darby, il cosiddetto dispensazionalismo, esistono tre epoche storiche, o dispensazioni. La prima, quella che si è conclusa con l’ascensione di Cristo, e l’ultima, quella che inizierà con il “Rapimento”, il momento in cui anche i credenti saliranno in cielo, sono predette nella Bibbia. Quella attuale sarebbe invece l’epoca della Chiesa, o “Grande parentesi”. Una volta che l’orologio della profezia avrà mosso di nuovo le sue lancette, la sequenza finale degli eventi si dispiegherà con grande rapidità, iniziando con i sette anni del regno dell’Anticristo e la Chiesa apostata, la seconda parte della quale, i 1260 giorni della cosiddetta Tribolazione, sarà un vero e proprio inferno. La Tribolazione finirà con l’Apocalisse, quando Cristo, i santi e i beati torneranno sulla terra per sconfigge l’Anticristo e il suo esercito ad Armageddon. E dopo l’Apocalisse verrà il Millennio, un ultimo conato satanico anch’esso segnato dalla sconfitta, la resurrezione dei defunti e, ultimo, il Giudizio universale. Tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento Darby visitò più volte gli Stati Uniti, influenzando in maniera particolare il movimento evangelico, di cui i premillenaristi erano una costola.

Secondo Boyer, è stato dietro la lente della profezia biblica, nell’interpretazione di questo oscuro predicatore inglese, che molti americani hanno osservano alcuni degli eventi chiave del Novecento. Con la Rivoluzione d’Ottobre i dispensazionalisti aggiornarono la lettura millenarista della Bibbia. Per secoli l’Anticristo, che diversi passi nelle Scritture vogliono proveniente “dal nord”, era stato identificato con l’islamico Impero ottomano. Il collasso ottomano fece degli atei bolscevichi i nuovi attori dell’imminente dramma biblico. Poi, all’indomani di Hiroshima e Nagasaki, la fine assunse per la prima volta i contorni dell’olocausto nucleare, mentre la creazione dello stato di Israele creava le premesse per un potenziale conflitto in Terra Santa. l’Unione Sovietica diventò allora la nazione la cui profetizzata invasione di Israele avrebbe scatenato l’apocalisse. Nella Bibbia Ezechiele descrive il potente esercito di Gog, “principe di Rosh, Mesech e Tubal”, che avanza “dalle estreme parti del nord” e invade Israele, “come una nuvola che ricopre il paese”, prima di essere distrutto da Dio con “una pioggia scrosciante, pietre di ghiaccio, fuoco e zolfo”. Nell’era della Guerra fredda Gog rappresentò la minaccia sovietica. Rosh, Mesech e Tubal erano la Russia, Mosca e l’antica città siberiana di Tobolsk. L’immaginifico quadro descritto dal profeta, il presagio del conflitto termonucleare.

Con l’era atomica il dispensazionalismo conquistò nuovi adepti, grazie anche all’uscita di testi divulgativi come The Atomic Age and the Word of God, di Wilbur Smith, che nel 1945 vendeva cinquantamila copie. La vero svolta però si consumò solo alla fine degli anni Sessanta, con una pioggia di romanzi e pubblicazioni ad affollare gli scaffali delle librerie. Con oltre nove milioni di copie vendute, il bestseller degli anni Settanta in America fu The Late Great Planet Earth, di Hal Lindsey, una volgarizzazione degli insegnamenti di Darby aggiornati allo slang New Age (il capitolo sull’Estasi era significativamente intitolato The Ultimate Trip). Nel mutato clima culturale che portò Ronald Reagan alla presidenza, la rinascita evangelica creò un pubblico ricettivo al messaggio della profezia, mentre la nuova amministrazione repubblicana risvegliava gli incubi della Guerra fredda rilanciando la corsa agli armamenti. Negli anni in cui ministri evangelici e predicatori iniziavano ad utilizzare sistematicamente radio e tv, personaggi come Pat Robertson, il patron del Christian Broadcasting Network che nel 1988 si candiderà alla Casa Bianca, pubblicavano libri come The End of Age e The New Millennium, mentre The Late Great Planet Earth raggiungeva le ventotto milioni di copie vendute.

Dopo la caduta del Muro l’interesse per la profezia sembrò affievolirsi ma il monito di Ezechiele tornò presto ad echeggiare con l’invasione irachena del Kuwait. Nell’Ottobre del 1990 in venticinquemila si riunivano ad Orange, in California, per seguire il sermone profetico del predicatore evangelico Greg Laurie. Alcuni mesi dopo nella chiesa epistolare di Kennebunkport, nel Maine, dall’altra parte degli Stati Uniti, Billy Graham, un premilennarista attivo sin dal 1949, paragonava la Guerra del Golfo a quelle di Corea e Vietnam, sostenendo però che la prima era di gran lunga la più sinistra, a causa delle “immense forze spirituali in azione”. E mentre l’attenzione si concentrava sull’Apocalisse di Giovanni e la distruzione di Babilonia, uscivano libri come The Rise of Babylon: Sign of the End Times e Blood Moon, del sempre prolifico Lindsey. E, nel 1995, il primo volume di Left Behind, la saga dispensazionalista che con oltre cinquanta milioni di copie vendute è il fenomeno editoriale degli ultimi anni. L’undici settembre ha realizzato i tetri presagi dei fortunati volgarizzatori della profezia. La reazione del mondo evangelico è stata immediata. A soli due giorni dalla tragedia, Jerry Falwell, esponente della destra fondamentalista e fondatore della LaHaye School of Prophecy, apparve sulla CBN di Pat Robertson. Falwell scatenò un coro di critiche definendo l’attacco terroristico “il giudizio di Dio sull’America per i suoi peccati”, tra i quali enumerava la legge sull’aborto, la separazione tra stato e chiesa, l’eccessiva tolleranza nei confronti degli omosessuali.

Ma, al di là dei successi dell’inesauribile letteratura apocalittica e della diffusione della dottrina dispensazionalista tra i campioni della destra evangelica, quanti sono i “prophecy believers” oggi in America? Boyer valuta che il nocciolo duro, quelli che gremiscono le conferenze, sollevano il tema nei gruppi di studio e alimentano il mercato editoriale, conti oggi almeno dieci milioni di fedeli. Ma poi c’è una zona grigia di credenti e curiosi, che forse non si perdono nei dettagli dell’escatologia biblica e tuttavia sono convinti che le Scritture forniscano la traccia per comprendere gli eventi futuri. Una fetta della popolazione piuttosto ampia, a dare retta ai sondaggi. Secondo un studio Gallup dello scorso dicembre, oltre la metà degli americani, il cinquantadue per cento, crede nell’ispirazione divina della Scritture, mentre un altro trenta per cento è convinto che la Bibbia sia realmente il verbo del Signore, “da prendersi letteralmente, parola per parola”.

La diffusione della dottrina dispensazionalista si spiega poi con le dimensioni del movimento evangelico (oltre il 35 per cento dei credenti americani). La più importante denominazione protestante d’America, l’evangelica Southern Baptist Convention, che conta oggi circa 16 milioni di aderenti, è da decenni un bastione delle credenze premillenaristiche. E come nel caso del movimento evangelico, anche il dispensazionalismo è interclassista e parte dal basso. Gli stessi divulgatori della profezia biblica raramente sono teologi in senso stretto. Prima di frequentare il Dallas Theology Seminar, per poi raggiungere fama e ricchezza con la pubblicazione di The Late Planet Earth, Lindsey lavorava sui rimorchiatori del Mississippi. Boyer definisce il dispensazionalismo una “teologia per la gente”, Espressione del crescente scetticismo verso un’attiva partecipazione politica e le interpretazioni secolarizzate della storia umana, offre una visione semplificata e armoniosa di complessi e dolorosi aspetti della società contemporanea: la minaccia nucleare, il rischio ecologico, il terrorismo internazionale. E il suo carattere intrinsecamente fatalista riflette la tendenza alla depoliticizzazione che ha investito gli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta.

Ciò non ha tuttavia impedito che investisse la vita politica americana. Ronald Reagan non nascose mai il suo interesse “filosofico” per la profezia. Nel 1971 all’indomani del colpo di stato in Libia (nella Bibbia una delle nazioni che invade Israele) l’allora governatore della California rilasciò una dichiarazione in perfetto stile dispensazionalista: “è un segno che il giorno dell’Apocalisse non è molto lontano, ogni cosa va al suo posto. Non può essere lontano ormai. Ezechiele dice che fuoco e zolfo pioveranno sui nemici del popolo di Dio. Significa che verranno distrutti da armi nucleari”. Nel 1983, ormai alla Casa Bianca, confidò a un lobbista israeliano: “guardo ai vostri antichi profeti nel Vecchio Testamento e ai segni che predicono l’Apocalisse, e mi chiedo se non siamo proprio noi la generazione destinata ad assistervi. Non so se ultimamente ha notato alcuna di queste profezie ma, mi creda, esse descrivono certamente il tempo in cui viviamo” Sulla stessa lunghezza d’onda anche altri frequentatori della Sala ovale durante gli anni Ottanta, come il segretario alla difesa Caspar Weinberger e quello agli interni James Watt. Persino il mondo politico israeliano non è stato a guardare e ha cercato anzi di sfruttare l’appoggio del movimento evangelico, indefesso sostenitore della politica israeliana sin dal 1948. Dai tempi di Ben-Gurion i leader israeliani hanno mantenuto ottimi rapporti con organizzazioni quali la National Association of Evangelicals e la National Association of Religious Broadcaster. Nel 1998 l’allora primo ministro Banjamin Netanyahu rinverdì la tradizione quando, in visita di stato negli Stati Uniti, colse l’occasione per un incontro privato con il solito Falwell.

La forte ispirazione religiosa dell’attuale presidente americano dopo la sua conversione nel 1986 e la frequentazione con il mondo del fondamentalismo evangelico sono note. Del resto, non si tratta di una novità. Anche Jimmy Carter è un “born again Christian”. È vero però che la logica manichea del Bush post-undici settembre ha toccato punte mai viste dai tempi della guerra fredda e dell’Impero del male di reaganiana memoria. In questo modo il presidente americano pizzica una corda nascosta ma molto sensibile nell’immaginario dei suoi concittadini. Eppure, non si tratta semplicemente di messaggi in codice volutamente indirizzati alla destra religiosa. A suggerirlo è lo stesso Boyer, che cita a questo proposito Michael Gerson, la mano dietro ai discorsi del presidente. Gerson, laureatosi al Wheaton College di Chicago, manco a dirlo, un centro di studi evangelici, ha spiegato candidamente: “non è un codice, è la nostra cultura”. Una cultura, un linguaggio metaforico, un abbraccio rassicurante di fronte alle sfide della superpotenza americana vissute con un senso quasi mistico della propria superiorità morale. Anche di ciò si nutre l’unilateralismo di Bush che, al di là dei pericoli insiti nell’attuale disordine geopolitico e dei reali interessi in campo, ha contribuito ad esasperare i toni del dialogo tra sostenitori e oppositori della guerra al regime di Bagdad. L’insolita prospettiva scelta da Boyer guarda ad un aspetto di questa grammatica ma ne illumina le sfuggenti implicazioni politiche.

Per chi fosse interessato, questa è la citazione dell’articolo: Giacomo Mazzei, “Diavolo d’un Saddam,” Diario n. 2, 4 Aprile 2003, pp. 24-29. Infine, un ricordo di Paul Boyer, purtroppo recentemente scomparso, dal sito della University of Wisconsin, di cui era professore emerito.

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