EDIZIONE STRAORDINARIA

MLK

In un pomeriggio d’estate di cinquant’anni fa, sulla scalinata del Lincoln Memorial, il Reverendo Martin Luther King, Jr. pronunciava il suo più celebre discorso. “I have a dream”, diceva al culmine di un’ispirata orazione pubblica: “ho un sogno che un giorno questa nazione si leverà verso l’alto, vivrà appieno il vero significato del proprio credo.” Rivolgendo lo sguardo alle origini della nazione americana, citava la Dichiarazione d’Indipendenza: “consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal loro Creatore di taluni inalienabili diritti; che fra questi diritti vi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità.” E poi, in un crescendo scandito dai ritmi della predica pastorale, “sognava” la fratellanza tra i figli degli schiavi e degli schiavisti in Georgia, libertà e giustizia in Mississippi. “Ho un sogno,” continuava, pensando alle giovani generazioni, “che un giorno i miei quattro figlioletti vivranno in una nazione nel quale saranno giudicati, non per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere… ho un sogno… che un giorno in Alabama… i bambini neri e le bambine nere potranno prendersi per mano con i bambini bianchi e le bambine banche, come sorelle e fratelli” ecc.

CNN

Era il 28 agosto del 1963. Da quella data sono trascorsi, appunto, cinquant’anni esatti. Fu un evento di portata storica, che lo Zio commemora con un’edizione straordinaria.

March on Washington

Colui che nella memoria collettiva più di ogni altro è associato a quell’evento, e che prima di prendere la parola veniva salutato come “il leader morale della nazione”, compiva allora quello che probabilmente è stato il più importante atto politico della sua luminosa seppur breve carriera. Il trentaquattrenne pastore battista, capo del Movimento per i diritti civili negli Stati Uniti e futuro Nobel per la pace, parlava davanti a un quarto di milione di persone, bianchi e neri accorsi per partecipare alla Marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà, la più grande manifestazione politica della storia americana fino a quel momento. Sulle ali di un’alta arte oratoria, in una ventina di minuti appena, King toccava i punti cardine della lotta dura, ma non-violenta, contro la segregazione razziale e – cosa spesso trascurata dalla pubblicistica – per l’uguaglianza formale e sostanziale, legale ed economica.

March on Washington (Mall-Color)

L’erede di Gandhi intimava ai seguaci di “rispondere alla forza fisica con la forza dell’anima”, mentre un clima di terrore regnava negli stati segregazionisti del Sud e il resto del paese ribolliva. In primavera c’era stata la campagna di Birmingham, Alabama, durante la quale King stesso era finito in galera con centinai di altri manifestanti, si era spinto fino a mobilitare schiere di ragazzini, per intercorsa scarsità di adulti (tra l’altro, andando contro la maggioranza della leadership del Movimento), ma alla fine aveva raggiunto l’obiettivo di scuotere almeno una parte dell’opinione pubblica, colpita dalle immagine televisive della brutale repressione di cui si erano rese responsabili le locali forze di polizia. Nel corso dell’estate si erano quindi moltiplicate le proteste. Per questo, la stessa Marcia su Washington si svolgeva in una città posta in stato d’assedio, con migliaia di poliziotti per le strade e persino un bando sulla vendita di bevande alcooliche. L’Amministrazione Kennedy era sempre più preoccupata dall’incedere della crisi, non da ultimo per le numerose ripercussioni internazionali di questa. Era l’acme di una lunga lotta, e si era ormai fuori tempo massimo. Un secolo intero era trascorso da quando il Presidente Lincoln nel 1863, nel mezzo della Guerra civile, aveva proclamato l’emancipazione dalla schiavitù, seguita negli anni e decenni successivi da un progresso solo parziale nelle relazioni razziali e, per certi versi, da un vero e proprio regresso. La statua di Lincoln, che aveva condotto il Nord alla vittoria ma era stato assassinato, poco dopo la chiusura delle ostilità, da un rancoroso figlio del Sud, si stagliava alle spalle di King, a sua volta giunto in quel “luogo sacro”, con le centinaia di migliaia di astanti, per “richiamare l’America alla feroce urgenza dell’ora”.

March on Washington

Era venuta l’ora di “incassare l’assegno” un tempo “firmato” dagli “architetti” della Repubblica statunitense, i cosiddetti Padri Fondatori, gli autori della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 e della Costituzione degli Stati Uniti d’America del 1787. King puntava così al cuore della religione civica americana, usando al contempo un linguaggio che alludeva chiaramente alle condizioni di vita generali. Egli sosteneva infatti che il suo “sogno” era “profondamente radicato” nel “sogno americano”; era quindi impastato degli ideali di libertà ed uguaglianza, e di concreti riferimenti al benessere prodotto dal prodigioso sviluppo postbellico, evidentemente garantito solo a una fetta, per quanto ampia, della popolazione: la mitica middle class, di cui ormai si sentivano parte schiere sempre più folte di lavoratori, relativamente benestante e prevalentemente bianca.

Reuther

Non a caso, tra i principali organizzatori e finanziatori della Marcia su Washington c’era la U.A.W., il potente sindacato dell’automobile basato a Detroit, Mecca del Fordismo, il modello produttivo alle origini dello sviluppo economico americano per gran parte del Ventesimo secolo, e città a forte presenza afro-americana. Il Presidente della U.A.W., Walter Reuther, una delle più importanti figure della sinistra americana del dopoguerra, , era anch’egli oratore quel giorno al Lincoln Memorial. E con lui sul palco c’era anche A.P. Randolph, storico leader della Brotherhood of Sleeping Car Porters, la prima organizzazione a maggioranza e guida afro-americana a far parte della A.F.L., poi A.F.L.-C.I.O., la maggiore centrale sindacale del paese, che però non aderì ufficialmente alla Marcia. Sui diritti civili, infatti, i sindacati, come il resto della società americana, erano ancora spaccati.

Dylan

C’erano pure un giovanissimo Bob Dylan e la sua compagna d’allora, Joan Baez, che improvvisarono un paio di canzoni e condivisero il microfono con alcuni dei più famosi cantanti folk afro-americani, tra cui Odetta Holmes, ispiratrice dello stesso Dylan e “voce” del Movimento. Anche quello era un modo per rompere la “color line”, la linea di demarcazione tra bianchi e neri attorno alla quale era organizzata la segregazione razziale negli Stati Uniti.

Odetta Holmes

E poi c’erano lo scrittore James Baldwin, il cantante Harry Bellafonte e star hollywoodiane del calibro di Marlon Brando, Paul Newman, Charlton Heston, Sidney Poitier, Burt Lancaster.

Belafonte, Poitier

Giorno di grandi speranze, quel 28 agosto di cinquant’anni fa, e di forti tensioni per le strade e nelle stanze del potere, tensioni appena stemperate da una risata di circostanza immortalata in un’istantanea dell’incontro alla Casa Bianca tra il Presidente Kennedy e i leader della Marcia, riprodotta qui sotto. Ed è significativo notare come ben tre dei personaggi ritratti – Kennedy, King e Reuther – non moriranno per cause naturali. Ma questa è un’altra storia…

JFK

Per il momento, lo Zio si limita a suggerire alcune letture di approfondimento sulla storia e la cronaca della Marcia e sul suo significato odierno. Cosa resta del “sogno” di Martin Luther King oggi, dopo che il primo presidente afro-americano è stato rieletto per un secondo mandato, in un paese, gli Stati Uniti, dove un adolescente di colore può ancora essere ucciso impunemente, come l’assassinio di Travyon Martin in Florida ha recentemente dimostrato?

Andrew J. Young;Julian Bond

The Forgotten Radical History of the March on Washington, di William P. Jones, su Dissent della scorsa primavera, è un ottimo strumento di approfondimento storico, con richiami all’attualità. Sempre in prospettiva storica, soprattutto per comprendere il contesto di atroci violenze contro cui si scontrava il Movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, vale la pena di leggere una serie di brevi articoli, pubblicati sul sito della University of Illinois, sulla campagna di Birmingham e in particolare sull’attentato dinamitardo alla 16th Street Baptist Church, dove il 15 settembre del 1963, quindi solo un paio di settimane dopo la Marcia su Washington, morirono quattro adolescenti afro-americane di età compresa tra gli 11 e i 14 anni. Ancora su tale contesto, un articolo della BBC sui timori di una rivolta razziale che caratterizzarono la vigilia della Marcia. Sulla musica, Bob Dylan, Joan Baez & More Music at 1963’s March on Washington, di Michael Tomasky, su The Daily Beast, e sulla partecipazione delle altre celebrità, l’audio delle interviste originali dall’archivio di WGBH. Ci sono poi il testo e l’audio del discorso di King, più le pagine 1-4 e 2-3 del volantino distribuito alla Marcia. Infine, per tornare a giorni nostri, e in particolare a proposito della perdurante stratificazione razziale ed etnica negli Stati Uniti, si può dare un’occhiata a un documento pubblicato nel 2010 dal Social Science Research Council, nell’ambito dell’American Human Development Project: A Century Apart: New Measures of Well-being for U.S. Racial and Ethnic Groups.

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