Dead Man Walking

Nel calendario liturgico di santa romana Chiesa il 2 novembre coincide, com’è noto, con la Commemorazione dei defunti. Oggi ne voglio commemore due in particolare: John Kennedy, primo e finora unico cattolico ad aver conquistato la presidenza degli Stati Uniti d’America, di cui il 22 di questo mese ricorre il cinquantenario dell’assassinio, e Ngo Dinh Diem, presidente del Vietnam del Sud dal 1955 al ‘63, anche lui cattolico, anche lui assassinato proprio il 2 novembre di cinquant’anni fa, cioè appena venti giorni prima dello stesso Kennedy, in un colpo di stato militare che quest’ultimo avallò. Prendendo spunto da queste coincidenze solo in parte apparenti, rievoco il destino che unì, a poca distanza di tempo l’uno dall’altro, i due defunti in questione, un destino intricato, aggrovigliato a una trama di eventi tuttora di difficile lettura e tuttavia, credo, di sicuro interesse.

Diem salì al potere nel 1955, col sostegno degli Stati Uniti – a quel tempo sotto la presidenza Eisenhower – e grazie a un plebiscito tanto ampio quanto fraudolento, all’indomani del quale il neoeletto presidente denunciò gli accordi di Ginevra dell’anno precedente sulla partizione temporanea del Vietnam e per la riunificazione del paese attraverso libere elezioni entro il 1956. Come già accaduto a Germania e Corea, anche il Vietnam risultò cosi diviso in due, tra un sud alleato di Washington e un nord nell’orbita comunista. Negli anni seguenti il regime di Diem, sempre più autocratico, nepotistico e brutale, soffrì una crescente instabilità, tra divisioni ideologiche, spinte nazionalistiche, resistenze ai programmi di modernizzazione sponsorizzati dall’Occidente e notevoli tensioni religiose in un paese a forte maggioranza buddista, la cui economia era ancora in massima parte agricola, profondamente segnato da una lunga guerra di liberazione coloniale contro i francesi (sconfitti nel maggio del ‘54 nella storica battaglia di Dien Bien Phu, poi seguita dai succitati accordi di Ginevra), costantemente scosso dalla violenza politica, che il rivale regime comunista del nord contribuiva ad alimentare e che verso la fine degli anni Cinquanta si trasformò in vera e propria guerriglia.

Preannunciato da un tentato colpo di stato nel 1960 e da un bombardamento del palazzo presidenziale nel ’62, l’assassinio di Diem maturò all’interno delle locali gerarchie militari, ma fu attivamente sostenuto dall’amministrazione Kennedy, alla ricerca (disperata, come gli eventi successivi avrebbero confermato) di un nuovo e più stabile equilibrio nel paese. E qui i destini di Diem e Kennedy s’intrecciano, e sorgono interrogativi su cui credo valga la pena di riflettere. La documentazione disponibile e l’interpretazione che gli storici più avveduti ne danno convergono su un dato di fatto incontrovertibile, cioè che alla Casa Bianca – sebbene con qualche distinguo e con quel tanto d’incertezza rispetto agli scenari futuri che solitamente accompagna simili decisioni – vi fu una sostianzale unanimità sull’opportunità del colpo di stato, a cui, infatti, fu assicurata una completa copertura, sia dal punto di vista diplomatico che sul piano materiale. È vero che alla fine d’agosto del ’63, quando ai golpisti fu dato un primo il via libera, il presidente americano si dimostrò cauto sulla linea da tenere: «non vedo alcuna ragione di procedere a meno che abbiamo una buona possibilità di successo», disse ad alcuni suoi consiglieri. Ed è pure vero – almeno stando alle carte – che egli non si espresse mai in favore dell’eliminazione fisica del suo omologo vietnamita, anzi, ne caldeggiò l’esilio (senza comunque attivarsi in tal senso). Ma in fin dei conti Kennedy approvo l’operazione e fu quindi pienamente partecipe di una delle decisioni-chiave sul conflitto in Vietnam, in cui gli Stati Uniti erano già pesantemente coinvolti nel ’63 e che però da allora, in virtù del forte investimento fatto sulla nuova leadership del paese, divenne vieppiù una scelta obbligata combattere. Che poi il calcolo fosse avventato riguarda l’ironia della storia, subito all’opera nelle ore immediatamente successive al fatto, quando l’ambasciatore americano a Saigon, Henry Cabot Lodge, si affrettò nel riferire a Washington dell’entusiasmo suscitato per le strade della città dalla notizia del colpo di stato. Le sue testuali parole: «oggi ogni vietnamita ha il sorriso stampato sulla faccia».

Ma dicevamo degli interrogativi. C’è una linea di pensiero che vuole Kennedy piuttosto cambiato, nel suo approccio alla Guerra fredda, dopo la Crisi dei missili a Cuba dell’ottobre 1962 (si veda, ad esempio, JFK’s Last Hundred Days: The Transformation of a Man and the Emergence of a Great President, di Thurston Clarke, pubblicato un paio di mesi fa). Ciò appare sensato in particolare per quanto riguarda lo spettro di una guerra atomica – infatti, nei mesi successivi si arrivò al trattato tra Stati Uniti e Unione Sovietica (e Regno Unito) sulla messa al bando dei test nell’atmosfera, un risultato ascrivibile in misura non trascurabile alla pressione diplomatica esercitata da Washington. Sempre volendo accreditare letture che suggeriscono un’evoluzione, tanto per capirci, “buonista” della sua pur breve presidenza, aggiungiamo che, più o meno nello stesso lasso di tempo, Kennedy cominciò a dimostrare un’inedita simpatia nei confronti del Movimento per i diritti civili, la cui radicalizzazione, del resto, rappresentava il principale problema di politica interna (peraltro con notevoli ramificazioni internazionali) che il presidente e la sua amministrazione si trovavano allora a dover affrontare. Più difficile è però allargare il ragionamento ad altre questioni geostrategiche, soprattutto quelle relative alle molteplici aree di crisi aperte in quegli anni dal processo di decolonizzazione, come il caso vietnamita suggerisce.

ST-A26-18-62

In un libro di qualche anno fa, Choosing War: The Lost Chance for Peace and the Escalation of War in Vietnam, Fredrick Logevall, vincitore quest’anno di un premio Pulitzer per un altro bel libro sull’argomento, ha sostenuto, carte alla mano e con pregevole acume, che Kennedy, se non fosse stato ucciso e fosse stato rieletto, presumibilmente non si sarebbe cacciato fino al collo nel pantano vietnamita, come invece fece il suo successore, Lyndon Johnson. I documenti nel frattempo declassificati – Choosing War è del 1999 – non alterano in maniera significativa il quadro interpretativo tracciato da Logevall, che comprende l’arco temporale (definito “lungo 1964”, dall’agosto del ’63 al marzo del ’65, quando Johnson optò per l’escalation) durante il quale si decisero le sorti del conflitto. Si tratta, si sa, di una delle questioni storiografiche più dibattute tra gli studiosi e non solo. Sono stati in tanti, negli anni, a chiedersi cosa sarebbe successo se Kennedy fosse vissuto, soprattutto a proposito della guerra in Vietnam, che tanta parte ebbe nella storia del secondo dopoguerra, su scala mondiale e da qualsiasi punto di vista la si osservi: politico, sociale, economico, culturale. Va da se che la questione è ancora aperta e destinata, in virtù del suo carattere controfattuale, a rimanere tale. Può tuttavia essere utile, per chiarirsi le idee, leggere le recensioni di Choosing War che Lloyd Gardner, Robert Jervis, Jeffrey Kimball e Marilyn Young scrissero per H-Net nel 2000: tredici anni dopo, le possibili interpretazioni ruotano attorno agli stessi angoli prospettici sul contesto storico e sull’influenza esercitata da una singola figura istituzionale, che pure viene solitamente definita come “la più potente del mondo”. Per la documentazione aggiornata sul colpo di stato in Vietnam del ’63, si veda invece The Diem Coup after 50 Years, Electronic Briefing Book No. 444, curato dall’ottimo John Prados per il National Security Archive della George Washington University.

Il contesto nel quale Kennedy si trovò ad operare, nei tre anni scarsi in cui restò in carica, è ovviamente fondamentale anche per chi si pone altri interrogativi, quelli relativi al suo assassinio, probabilmente ancor più complicati, sebbene non tanto per problemi d’interpretazione delle fonti, quanto piuttosto per la scarsità delle stesse, le quali non autorizzano alcun verdetto finale, oggettivamente soddisfacente. A chi non si accontenti della verità ufficiale – che del resto non è neppure univoca, giacché le due commissioni governative che hanno indagato sul caso, la Commissione Warren, nel 1964, e il Select Committee on Assassinations della Camera dei rappresentanti, tra il 1976 e il ’79, sono giunte a conclusioni opposte: fu Oswald a uccidere il presidente americano; ci fu una cospirazione – e tuttavia non abbia una gran voglia di perdersi nel ginepraio degli indizi, per quanto numerosi e interessanti, non resta che provare, direi “sciascianamente”, a contestualizzare, magari per porsene altri ancora di interrogativi. Il caso Kennedy, in realtà non diversamente da altri importanti eventi storici, è un labirinto di specchi dove ogni elemento ne illumina altri, mentre la verità ultima risulta inevitabilmente elusiva.

Già le vicende consumatesi tra la fine d’agosto e i primi di novembre del 1963 attorno al colpo di stato in Vietnam forniscono un paio di elementi utili. Come giustamente osserva Prados, appaiono smentiti i sospetti, a lungo alimentati da più parti, a proposito di una “cabala” ordita da ambienti diplomatici e dell’intelligence alle spalle di Kennedy, per forzarne la mano e istigarne il beneplacito all’eliminazione di Diem; la qual cosa suona un po’ come un invito alla cautela rispetto alle teorie complottistiche. Tali vicende rimandano inoltre al clima della Guerra fredda in alcuni dei suoi anni più “caldi”, caratterizzati da simili episodi di violenza in luoghi altrettanto martoriati, come ad esempio il Congo, e soprattutto dal disastro della Baia dei Porci e dalla catena di eventi ad esso successivi, in particolare l’erezione del Muro di Berlino e la già ricordata Crisi dei missili. Insomma, furono anni in cui notevole fu la mobilitazione sia dei servizi segreti sia dell’apparato bellico americani. Notevoli furono anche le tensioni nelle stanze del potere. Di non poco momento fu l’allontanamento del direttore della Cia, Allen Dulles, dopo la Baia dei Porci, e tesi furono spesso i rapporti con i vertici militari – lo furono indubbiamente durante il braccio di ferro coi sovietici sulla rimozione dei missili da Cuba, quando il presidente si scontrò con diversi generali dal grilletto facile. Anche di queste cose è fatto il contesto all’interno del quale si consumò la tragedia di Dallas, e almeno su una parte di esse è disponibile una buona documentazione. C’è poco sulla Cia, come al solito; c’è però molto di più sui rapporti (pessimi) tra Kennedy e i generali, tra cui il capo dei Joint Chiefs of Staff, Lyman Lemnitzer, e Curtis LeMay, responsabile dell’arsenale nucleare strategico, famoso per aver pianificato la campagna di bombardamenti sul Giappone durante la Seconda guerra mondiale. Ne ha scritto, con dovizia di particolari, Robert Dallek in JFK vs. the Military, sul numero di settembre del mensile The Atlantic. Dallek, autore nel 2003 di una fortunata biografia, An Unfinished Life: John F. Kennedy, 1917-1963, e di Camelot’s Court: Inside the Kennedy White House, appena pubblicato, è uno studioso di chiara fama, serio e rigoroso. Non lesina dettagli gustosi nel descrivere il malcelato disprezzo di Lemnitzer, LeMay e altri, ritratti come cinici guerrafondai, nei confronti di un presidente che giudicavano inesperto e soprattutto troppo morbido con il nemico, ma esclude categoricamente qualsiasi legame con Dallas.

C’è poi la tanto chiacchierata questione di un possibile coinvolgimento della mafia nell’assassinio del presidente, compresi i rapporti intrattenuti dal clan Kennedy con alcune importanti famiglie dell’onorata società, ma anche la massiccia campagna investigativa sul crimine organizzato condotta dal fratello del presidente, Robert, in qualità di Attorney General. E qui entriamo nel tunnel senza fine delle conspiracy theories, dove troviamo anche l’Fbi, all’epoca diretta dal potentissimo e sinistro J. Edgar Hoover, e ritroviamo, tra gli altri, pure Lyndon Johnson, l’uomo che in fondo più di ogni altro trasse beneficio dall’assassinio. La bibliografia in materia è a dir poco sconfinata ed è stata rimpolpata di recente grazie al cinquantenario dell’assasinio, e chi scrive non ha alcuna intenzione di approfondirne l’analisi in questa sede – mi limito a segnalare gli articoli sull’argomento apparsi su New York Times, Politico e Vanity Fair Non che l’idea di una cospirazione sia peregrina, tutt’altro. Essa, del resto, è stata moneta corrente dal preciso istante, nemmeno quarantotto ore dalla morte di Kennedy, in cui Jack Ruby sparò a Lee Harvey Oswald, in quello che è passato alla storia come il primo omicidio in diretta televisiva. Tuttora due terzi degli americani sono convinti che Oswald non fu il solo ad imbracciare un fulcile di precisione a Daley Plaza. E poi tutti abbiamo visto con interesse JFK di Oliver Stone. Purtoppo, a parte la montagna di indizi, la smoking gun (è proprio il caso di dirlo) non è stata ancora trovata…

Ma, prima di uscire velocemente dal tunnel, voglio almeno citare un esempio abbastanza rappresentativo della letteratura in circolazione. Si tratta dell’imponente trilogia (circa tremila pagine in tutto) ad opera di Lamar Waldron, disegnatore di fumetti prima di avventurarsi nei meandri del caso Kennedy una ventina di anni fa, in collaborazione con Thom Hartmann, noto showman radiofonico con un passato negli affari. I titoli: Ultimate Sacrifice (2005), Legacy of Secrecy: The Long Shadow of the JFK Assassination (2008), e The Hidden History of the JFK Assassination (2013). La tesi (a grandi linee): fu la mafia di Miami, seriamente minacciata dall’operato dell’amministrazione Kennedy e desiderosa di rimettere le mani sui traffici cubani, a uccidere il presidente in combutta con ambienti della Cia, con la quale era in stretto contatto per compiere a breve l’assassinio di Fidel Castro, da portare a termine, tra l’altro, con modalità del tutto simili a quello di Dallas; il piano prevedeva anche la sostituzione di Castro con il Generale Juan Almeida, terzo in comando a Cuba; il tutto sarebbe stato poi insabbiato per ovvie ragioni di opportunità, prestigio e segretezza. È una tesi a suo modo suggestiva, peccato che manchino dei pezzi! Per esempio, secondo Waldron e Hartmann, Kennedy sarebbe stato al corrente del piano per l’eliminazione di Castro, ma non i suoi più stretti collaboratori, il che fa sorgere più di un dubbio, sia in termini di logica sia in merito alla documentazione. Ma poi, in realtà, parecchie delle fonti utilizzate dagli autori sono poco credibili, mentre la lunghezza chilometrica dei volumi – tra l’altro, piuttosto ripetitivi, soprattutto nel caso dell’ultimo, che aggiunge davvero poco agli altri – appare giustificata più dal tentativo di conferir loro un’apparenza di rispettabilità accademica, che dal desiderio di confezionare un lavoro di ricostruzione storica veramente scrupoloso. Eppure, di Lamar & co. potreste sentir parlare a breve, perché pare che un film basato su Legacy of Secrecy, con la partecipazione di Robert De Niro e Leonardo Di Caprio, verrà realizzato nei prossimi mesi.

Meno immaginifici ma sicuramente più attendibili sono invece altri due libri, anch’essi pubblicati in occasione dell’imminente cinquantenario dei fatti di Dallas: Kennedy’s Half Century: The Presidency, Assassination, and Lasting Legacy of John F. Kennedy, di Larry Sabato, noto studioso e commentatore di politica americana, e A Cruel and Shocking Act: The Secret History of the Kennedy Assassination, di Philip Shenon, per oltre vent’anni corrispondente da Washington del New York Times e non nuovo a simili imprese, avendo dato alle stampe, nel 2008, The Commission: The Uncensored History of the 9/11 CommissionKennedy’s Half Century è primo di tutto un affresco della presidenza Kennedy che, pur coprendo un terreno già ampiamente dissodato dagli storici, ha però il merito di essere ampio e approfondito. Il contributo più originale del libro consiste piuttosto in un’attenta disamina dei dossier accumulatisi nel tempo attorno all’assassinio del presidente, compresa la prova principe addotta dal Select Committee on Assassinations per accreditare l’ipotesi del complotto, vale a dire una registrazione sonora, finora presa per buona, di ben quattro colpi d’arma da fuoco, quindi non solo i tre attribuiti a Oswald, esplosi sul luogo del delitto, che viene screditata alla luce di nuove, più sofisticate perizie tecniche. Infine, Sabato offre una suggestiva panoramica del mezzo secolo ormai trascorso dall’assassinio e della notevole influenza esercitata dalla figura di Kennedy sui suoi successori e più in generale sulla cultura politica del paese. C’è pure, nel libro di Sabato, abbastanza materiale per concludere che vi fu in effetti una vasta operazione di insabbiamento soprattutto da parte dei servizi segreti, che essa ebbe inizio sin dalle prime ore seguenti all’assassinio e chiaramente non risparmiò la Commissione Warren, viziata, appunto, da numerosi depistaggi e inoltre da considerazioni di natura politica e impedimenti burocratici vari. E a questo proposito, occorre anche sottolineare che a Dallas il corteo presidenziale fu esposto a enormi rischi e che quindi, anche volendo scartare a priori l’ipotesi del complotto, è innegabile che, per i responsabili della sicurezza, gli incentivi a inquinare o far sparire prove imbarazzanti ci fossero tutti.

Ma questo dell’insabbiamento, in particolare attorno ai lavori della Commissione Warren, è il tema centrale dell’altro libro appena ricordato. Comunque, senza indugiare oltre nell’ennesima recensione, rimando alla lunga intervista che Shenon ha rilascaiato a NPR lo scorso 28 ottobre, e arrivo al punto: oltre ad accertare, senza ombra di dubbio, l’esistenza di un insabbiamento, sia lui che Sabato non escludono quella di una cospirazione, ma ammettono che essa non è al momento suffragata sul piano della documentazione effettivamente disponibile. Insomma, ancora non si sa per certo, e forse mai si saprà, perché il presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, fosse già un dead man walking mentre scendeva dal suo Air Force 1 appena atterrato all’aeroporto di Dallas in quel fatidico 22 novembre di cinquant’anni fa.

Magari si saprà qualcosa di più nel 2017, quando è prevista (ma la cautela in certe cose è d’obbligo) la declassificazione di una mole considerevole di documenti governativi sul caso Kennedy: migliaia di pagine finora tenute sotto chiave. Nel frattempo, almeno a chi, come il sottoscritto, non si aspetta rivelazioni straordinarie prima dell’apertura degli archivi, credo non resti che meditare sul contesto, compresa anche l’altra morte violenta che qui, non a caso, ho voluto commemorare.

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