Avant-Garde Art of Selling

Robert Rauschenberg being congratulated by Italian Minister of Education Luigi Gui at the Venice Biennale, June 21, 1964

It’s been fifty years to this day since Robert Rauschenberg became the first American ever to win the Grand Prize for Painting at the Venice Biennale of Arts. And so it was that on June 20, 1964, Pop Art swept the international art scene and changed it for ever. Backed by a clique of art dealers, museum curators, and wealthy collectors, Pop Art had enjoyed swift success in the United States in the previous couple of years, and it was already a transnational phenomenon, with ramifications in the avant-garde movements of other Western countries, including Italy, but it was launched globally, as an all-American brand, thanks to the fundamental support of the United States Information Agency, an arm of Washington’s public diplomacy. The Agency organized the US exhibition at the 1964 Venice Biennale, which was immediately dubbed “the Pop Biennale.” A tribute to the revolutionary esthetics of a generation of young masters as wel as a shrewd business move that would shape the art market for decades to come, Rauschenberg’s exploit was also a landmark event of the cultural Cold War. This war for the hearts and minds of the intelligentsia was fought primarily, though not exclusively, in Western Europe, and it was a not-so-minor aspect of the larger ideological struggle between the West and the Communist Bloc. Amidst covertly-supported military coups and outright armed interventions, most notably in Vietnam at about the same time, the US Government promoted America’s interests also by these quite unconventional means. After pitting Abstract Expressionism against Socialist Realism in the 1950s through such expedients as CIA-secretly-funded exhibitions in Paris, it now sold Pop Art in Venice as the finest representation of democratic freedom of expression in the age of mass consumption.

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5 Responses to “Avant-Garde Art of Selling”


  1. 1 Ciro giugno 22, 2014 alle 8:03 am

    Grazie Zio, questo tuo articoletto mi fa pensare che forse l’ultima spiaggia della liberta individuale risiede nel verbo “piacere”: i gusti sono ancora qualcosa che possono dirsi insindacabili.

  2. 2 shaintalle luglio 10, 2014 alle 7:56 pm

    oh, that was hugely interesting, sir…

  3. 3 loziodamerica luglio 11, 2014 alle 9:11 am

    …thanks for the “sir”…

  4. 4 virginia luglio 17, 2014 alle 2:42 pm

    Se guardiamo all’evoluzione della storia dell’arte occidentale non stupisce che dopo la seconda guerra mondiale e il boom economico si siano affermati la pop art e gli altri movimenti dell’arte contemporanea. CIA o non CIA in modo transnazionale gli artisti, europei e americani influenzandosi a vicenda , hanno iniziato a elaborare opere sempre meno legate alla tradizione pittorica, che hanno avuto la forza di spazzare via tutto il resto. La rivoluzione era già inziata col cubismo e col dadaismo. Commenterai che non capisco un c….. ma mi spiego meglio, non nego che gli USA abbiano “investito” anche in questo settore per diffondere la loro supremazia, ma hanno solo assecondato qualcosa che era in grado di camminare con le sue gambe. Io personalmente trovo più potenti Manzoni e Burri e li preferisco a Jones e Rauschenberg, non so se in quella Biennale ci fossero opere di Italiani più meritevoli del premio, magari dimmelo tu! Questo commento in tipico stile virginiotti è solo un prestesto per salutarti e dirti che ti voglio sempre bene zio!

  5. 5 loziodamerica luglio 18, 2014 alle 9:14 am

    Cara nipotina, il sentimento è reciproco e mi fa molto piacere il saluto, che contraccambio. Quanto al pretesto, penso sia vero che il governo americano abbia assecondato, e non semplicemente creato dal nulla, un fenomeno che aveva già una sua consistenza e solide radici storiche. Non a caso, Rauschenberg, assieme all’altro enfant prodige dell’epoca, Jasper Johns, furono inizialmente definiti “neo-dada”, per poi essere accomunati ai vari Warhol, Lichtenstein ecc. sotto l’etichetta comune di Pop Art. E già questo dice qualcosa sulla natura dell’operazione politico-commerciale che culminò nel successo americano a Venezia, vale a dire l’americanizzazione un po’ frettolosa di un fenomeno che, appunto, fu più sfaccettato di quanto solitamente si pensi, compresi i legami con la tradizione europea. Lo stesso vale per la produzione coeva di eruopei come Manzoni e Burri, il cui valore è riconosciuto a livello internazionale, ma forse non quanto meriterebbe, soprattutto se li si paragona ai più famosi americani. Secondo me, il problema, sotto il profilo storico, sta proprio nel valutare l’importanza della diplomazia culturale all’interno di un contesto di per sé piuttosto complesso, più di quanto l’onnipresenza del marchio di fabbrica Pop suggerisca. Ma è una questione aperta e quello di Virginiotti è un punto di vista forte, con cui occore fare i conti. Quindi, grazie per il commento e tanti baci.


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