Watergate quarant’anni dopo

Nixon's Farewell

Dieci anni fa, in occasione del trentesimo anniversario delle dimissioni di Richard Nixon da presidente degli Stati Uniti, pubblicai il seguente articolo sulla rivista di storia contemporanea Millenovecento, oggi non più in edicola, né rintracciabile su Internet. L’analisi credo sia ancora attuale, in particolare per quanto riguarda gli effetti dello scandalo Watergate sul sistema politico americano nella seconda metà degli anni Settanta, fino all’elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Quindi ripropongo l’articolo, come ho già fatto l’anno scorso per un altro articolo su politica e religione negli Stati Uniti alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, che pubblicai nel 2003 su un’altra rivista. Anche in questo caso, le foto di corredo al testo sono necessariamente diverse da quelle apparse sull’originale.

Nixon's Tears

Trent’anni fa si chiudeva la carriera politica di Richard Nixon, il trentasettesimo presidente degli Stati Uniti, e si apriva una nuova stagione della politica americana. Il 9 agosto 1974, travolto da uno scandalo che si trascinava da oltre un anno e mezzo e che aveva finito col paralizzare la vita politica del paese, Nixon rassegnava le dimissioni. Gli americani tiravano un sospiro di sollievo. Il Watergate aveva avvitato le istituzioni in una crisi costituzionale seconda solamente a quella prodotta oltre un secolo prima dalla Guerra civile. Ma alla fine, in prossimità del baratro, il sistema aveva funzionato. Non senza lasciare tracce profonde nella politica americana, tuttavia. L’intera vicenda aveva scosso in maniera violenta la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni nazionali, con effetti sulla partecipazione popolare alla politica, sui rapporti tra la presidenza e l’apparato d’intelligence e sul sistema del finanziamento delle campagne elettorali. Nella delicata contingenza politica dei primi anni Settanta, caratterizzata dall’esaurimento dell’intervento in Vietnam, dalla crisi economica e dalla radicalizzazione del movimento per i diritti civili, il Watergate segnava inoltre le sorti del Partito democratico e soprattutto quelle del Partito repubblicano. Si trattava di processi già in atto, in alcuni casi da diversi anni, e che tuttavia il Watergate accelerò bruscamente. E siccome in politica il susseguirsi delle singole vicende conta non meno dei mutamenti strutturali di lungo periodo, un cataclisma di tale portata era chiaramente destinato ad avere conseguenze pesanti e durature.

Watergate Complex

Tutte ebbe inizio la mattina del 17 giugno 1972, quando la polizia di Washington fece un arresto insolito. Cinque scassinatori erano stati colti con le mani nel sacco all’interno degli uffici del comitato nazionale del Partito democratico, alloggiato in un complesso residenziale sulle rive del Potomac, il Watergate, appunto. Tre degli arrestati erano vestiti da uomini d’affari, gli altri due indossavano costosi abiti sportivi. Poche ore dopo, nel corso della prima contestazione dell’accusa, a rappresentarli c’erano due avocati che nessuno aveva chiamato. I cinque dichiarano di essere “anticomunisti” di professione e uno di loro ammise di essere recentemente andato in pensione dopo aver lavorato a lungo per la CIA. La polizia gli trovò addosso dei microfoni, alcuni walkie-talkie che operavano sul canale riservato del Comitato nazionale repubblicano, e due agende telefoniche con il numero di Howard Hunt, uno degli “idraulici” – cosí erano chiamati i membri dell’intelligence privata di Nixon. Nei mesi successivi, si accumuleranno le prove di un coinvolgimento diretto del CREEP, il comitato per la rieelezione del Presidente, trapelando sulla stampa grazie agli sforzi di Bob Woodward e Carl Bernstein, i reporter del Washington Post che per questo vinceranno il Pulitzer.

Bernstein and Woodward

Eppure, lo scasso del Watergate faticò ad assumere le proporzioni di un vero e proprio scandalo nazionale. Impegnata nell’aspra campagna elettorale per le presidenziali di novembre, l’amministrazione Nixon in un primo momento evitò abilmente che ciò accadesse. Due giorni dopo il fatto, arrivò la prima presa di posizione pubblica, per bocca del capo ufficio stampa della Casa Bianca, che dichiarò ai reporter di non voler commentare “un tentativo di scasso di terza categoria”. Poi vennero l’eliminazione delle prove, i depistaggi, le pressioni sulla CIA e la manipolazione dell’FBI. Dopo anni di commistione tra Casa Bianca e apparato d’intelligence, si trattava di un riflesso incondizionato: l’opportunità dell’insabbiamento non fu mai messa in discussione. Per un po’ la strategia funzionò, tant’è che la cosa non ebbe alcun effetto sulle presidenziali, vinte a mani basse da Nixon. Ma le indagini proseguirono e nei primi mesi del ’73 l’intrigo del Watergate cominciò a dipanarsi. I sospetti si addensarono sulla Casa Bianca e furono via via confermati dalle rivelazioni sull’insabbiamento delle indagini apparse sulla stampa ed emerse nel corso delle udienze di fronte alla commissione ad hoc istituita dal Senato.

Nixon Resigning

A mettere nei guai Nixon fu proprio l’insabbiamento, sempre negato fino alla pubblicazione, alla fine di luglio del ’74, del testo delle conversazioni telefoniche con i suoi piú stretti collaboratori. Da solo, lo scasso del Watergate, di cui Nixon non fu mai direttamente a conoscenza prima che il fatto accadesse, molto probabilmente non avrebbe mai condotto alle dimissioni presidenziali. Queste arrivarono quando fu chiaro che Nixon aveva mentito sulla sua estraneità all’insabbiamento e quando il Congresso, all’unanimità, era ormai pronto a votare l’impeachment. Nixon fu abbandonato persino dal suo stesso partito, che temeva di essere spazzato via con lui dallo scandalo. Tanto piú che nel frattempo anche il vicepresidente Spiro Agnew si era dimesso dopo essere finito sotto accusa per corruzione, estorsione e frode fiscale, ed era stato sostiuito da Gerald Ford, che di lí a poco sarebbe diventato il primo presidente non-eletto della storia americana. Un’atmosfera mefitica soffocava il partito che era stato di Lincoln. Nelle elezioni speciali del 19 febbraio, indette per sostituire Ford al Camera, il quinto distretto congressuale del Michigan elesse il suo primo rappresentante democratico in sessantacinque anni. E quando un paio di settimane dopo il quinto distretto dell’Ohio elesse il quarto democratico dall’inizio del secolo, la sorte di Nixon era ormai segnata.

Agnew Quits

Il Watergate inferse un duro colpo alla fiducia degli americani nelle istituzioni nazionali, una fiducia che era rimasta a lungo salda. Per quanta riguarda in particolare il secondo dopoguerra, le istituzioni nazionali, che avevano guidato il paese attraverso la temperie della seconda guerra mondiale fino al raggiungimento dell’egemonia militare ed economica su buona parte del globo, goderono a lungo di una notevole popolarità tra gli americani. Il Watergate la fece a pezzi. Se è infatti vero che l’opposizone al movimento per i diritti civili da una parte e quella alla guerra in Vietnam dall’altra avevano già compromesso gli equilibri politici nazionali, rompendo un clima di generale consenso, il Watergate impresse una forte accelerazione a questa tendenza già in atto dai primi anni Sessanta, come è testimoniato, per esempio, dai sondaggi della Gallup.

Zapruder Film

Nel corso del secondo dopoguerra, a più riprese, la Gallup ha rivolto agli americani la seguente domanda: “secondo lei, quante volte il governo di Washington fa la cosa giusta?” Nel 1960 l’ottantuno per cento rispondeva “sempre o quasi sempre”. Nel ‘64 a rispondere in questo modo era ancora il settanta per cento. La scena politica nel frattempo era cambiata: c’era appena stato l’assasinio di Kennedy; poi l’amministrazione Johnson aveva aperto la campagna legislativa sui diritti civili, alienando una fetta cospicua dell’elettorato bianco. Con l’inasprirsi del conflitto razziale e soprattutto in conseguenza del controverso conflitto in Vietnam, la sfiducia nelle istituzioni si estense poi alla metà circa degli intervistati. Nel giugno del ‘72, all’epoca dello scasso del Watergate, a rispondere “sí” era solo il cinquantadue per cento. Ma nell’agosto del ‘74, quando Nixon lasciava la presidenza al termine di due interminabili anni di menzogne, la percentuale era scesa al trenatré. La tendenza non si è piú arrestata e quando, nel 1996, in piena era Clinton, la Gallup chiese di nuovo se a Washington si facesse o meno “la cosa giusta”, a rispondere positivamente non restava che il ventisei per cento degli intervistati.

Civil Rights Act

C’è poi un altro indicatore della crescente sfiducia degli americani nella istituzioni nazionali e del ruolo svolto in questo senso dal Watergate. Si tratta dell’identità stessa degli inquilini della Casa Bianca. Per buona parte del Novecento i candidati presidenziali vincenti erano degli insiders, uomini che vantavano un rapporto saldo con l’establishment politico. Unica vera eccezione fino al Watergate, quella del popolare Dwight Eisenhower, ex-comandante delle truppe americane sul fronte occidentale durante la seconda guerra mondiale, conteso sia dai repubblicani che dai democratici alla vigilia della tornata elettorale del ‘52. E a succedere ad Eisenhower furono Kennedy, Johnson e Nixon, tre autentici professionisti della politica, già eletti sia alla Camera che al Senato. A partire dalla prima elezione del dopo-Watergate, un passato nei palazzi del potere washingtoniano diventerà tuttavia uno stigma di indegnità. Non a caso, Carter, Reagan, Clinton e George W. Bush, prima di salire sullo scranno presidenziale, avevano tutti ricoperto la carica di governatore. Anche qui c’è un’eccezione alla regola. È quella di George H.W. Bush, ex direttore della CIA e veterano della scena politica, la cui candidatura alla Casa Bianca fu però sostenuta dalla popolarità di Reagan, di cui era stato il vice per otto anni.

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Gli effetti del Watergate si fecero sentire anche sulla solidità di uno dei capisaldi del sistema di sicurezza americano, quell’apparato d’intelligence che era già stato messo in discussione durante il conflitto in Vietnam e che nei due anni del Watergate perse ulteriormente di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. L’esposizione mediatica e le audizioni di fronte alla commissione di inchiesta del Senato gettarono una luce impetosa sui metodi poco ortodossi dell’intelligence e sui rapporti di questa con il capo dell’esecutivo. Il Watergate creò le condizioni poltiche perché la stampa e un Congresso rinvigorito dalla caduta in disgrazia della Presidenza aprissero il Vaso di Pandora.

Impeach Nixon

Non ci volle molto. L’8 settembre del ‘74, nemmeno un mese dopo le dimmissioni di Nixon, il New York Times e il Washington Post rivelavano le complicità del Dipartimento di stato e della CIA nel colpo di stato in Cile dell’anno precedente. Poi, il 22 dicembre, in un clima ormai attizzatto da roventi polemiche, il New York Times pubblicava in prima pagina un’inchiesta sulle operazioni illegali della CIA nei confronti del movimento pacifista e di altri gruppi dissidenti. Un paio di settimane dopo, Ford, il successore di Nixon, nominava una commissione d’inchiesta sulle attività domestiche della CIA, presieduta dal vicepresidente Nelson Rockefeller. Il Congresso istituiva a sua volta altre due commissioni d’inchiesta, una al Senato, l’altra alla Camera, presiedute rispettivamente dai democratici Frank Church e Otis Pike. Si apriva così il 1975, presto soprannominato “l’anno dell’intelligence”. Mesi di indagini e deposizioni chiarirono alcuni degli aspetti più controversi delle attività di CIA ed FBI. Tra questi, il frequente ricorso all’assassinio politico, gli estesi programmi di intimidazione e spionaggio interno, la distorsione e il regolare utilizzo a fini politici degli studi d’intelligence, numerosi sperperi di denaro pubblico e diversi episodi di incompetenza e corruzione a tutti i livelli dell’apparato. La commissione Rockefeller produsse una relazione generica e propose riforme di facciata. Del resto, Ford l’aveva istituita per prendere tempo di fronte al montare delle polemiche. Ben piú sostanziose furono le relazioni delle altre commissioni, soprattutto quella della commissione Pike, che chiedeva un riordino generale dei servizi. La Camera finí col censurare la relazione Pike, segno che l’impeto riformatore si stava spegnendo, mentre il Senato approvó la piú moderata relazione Church, che chiedeva, tra l’altro, il bando degli assassinii politici e un freno alle dispendiose covert actions della CIA. Soprattutto, la relazione Church proponeva l’istituzione di una commissione di controllo permanente sull’operato dei servizi d’intelligence, che il Congresso approvò. E fu proprio questo, al di là dei pii richiami ad una politica estera meno machiavellica e ad un uso dell’intelligence meno aggressivo, il risultato più rilevante della Commissione Church.

Church Committee

Dal 1976 la battaglia politica per la regolamentazione dei servizi d’intelligence ha poi avuto alti e bassi. Al centro della questione è stato proprio il problema del controllo sull’operato dei servizi da parte del Congresso, che è stato ulteriormente rafforzato nei suoi aspetti organizzativi ed istituzionali ma che tuttavia è stato a piú riprese eluso e a volte addirittura contestato in nome della separazione dei poteri tra Presidenza e Congresso. Fu soprattutto Reagan a rilanciare l’uso delle covert actions, intervenendo, tra l’altro, in Afghanistan, Nicaragua, Ciad e Libia. Ma in realtà, da Ford a George W. Bush, tutti i presidenti degli ultimi trent’anni, siano stati essi democratici o repubblicani, hanno continuato a rivolgersi alla CIA per mettere in piedi nuove azioni segrete, spesso all’insaputa del Congresso, che semmai veniva informato a cose fatte. Già negli ultimi mesi della Presidenza Ford gli imperativi dettati dagli interessi geopolitici americani ripresero rapidamente il sopravvento sull’indignazione suscitata dalle rivelazioni della stampa. La presidenza imperiale, come la definí Arthur Schlesinger, aveva ricevuto un duro colpo ma non era tramontata.

American Supported Contra Forces Transit Down San Juan River

Gli effetti sull’apparato d’intelligence del Watergate e delle successive commissioni d’inchiesta vanno tuttavia misurati anche alla luce dell’atteggiamento dell’opinione pubblica americana. Una fetta consistente di essa è tornata ad ignorare, piú o meno consapevolmente, l’esistenza degli arcana imperii. Quando, nel 1987, il Dipartimento di stato e la CIA rimasero implicati nello scandalo Iran-Contras e Reagan fu costretto ad ammettere pubblicamente di aver mentito in precedenza sull’affare, rivealndo che gli Stati Uniti avevano in effetti venduto armi all’Iran in cambio del rilascio di alcuni ostaggi e che i proventi della vendita erano serviti per finanziare illegalmente la guerriglia antisandinista in Nicaragua, la presidenza vacillò ma non cadde. D’altra parte, la diffidenza nei confronti dei metodi e dell’uso politico delle agenzie d’intelligence è tutt’altro che svanita dai tempi in cui i nastri di Nixon venivano resi pubblici e la relazione Pike veniva spifferata alla stampa. Una diffidenza, questa, che ha condizionato a lungo l’operato dell’intelligence. Si lamenta da tempo l’assenza di coordinazione tra le diverse agenzie. Ma se c’è stata a lungo una certa ritrosia a riformarle, in particolare dopo che il crollo dell’Unione Sovietica ne aveva reso in buona parte obsoleti i metodi e le strutture, lo si deve anche al fatto che quella fetta consistente dell’opinione pubblica che di spie e complotti semplicemente non voleva piú sentir parlare avrebbe mal digerito gli ingenti costi di una riforma. C’è voluto il trauma dell’11 settembre per invertire la tendenza che ha caratterizzato il dopo-Watergate, per imporre cioè una riforma dei servizi e per svegliare l’opinione pubblica dall’apatia. Gli Stati Uniti certamente non sono tornati ai fasti dell’era Eisenhower, quando la CIA rovesciava i governi democraticamente eletti di Iran e Nicaragua senza sollevare sospetto alcuno. Oggi, però, gli scrupoli che, secondo la Commissione sugli attacchi terroristici dell’11 settembre, l’amministrazione Clinton ebbe nel perseguire l’eliminazione di Osama Bin Laden, sarebbero probabilmente accantonati.

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Se il Watergate ebbe chiari effetti sulla fiducia degli americani nelle istituzioni del paese, intelligence inclusa, non meno pesante fu l’impatto sui partiti politici. Tanto per cominciare, il Congresso accolse il richiamo ad una politica piú pulita, passando, nel 1974, una serie di restrizioni sul finanziamento delle campagne elettorali che si aggiungevano a quelle già imposte con la riforma del ’71. Intese a regolamentare l’attività politica di fronte ai costi crescenti delle campagne elettorali, gonfiati, tra l’altro, dal nuovo fenomeno della pubblicità televisiva, nel loro complesso le riforme erano in realtà destinate ad avere effetti perversi sul sistema partitico. Col dichiarato intento di limitare l’influenza del potere economico sulla politica, il Congresso impose un tetto molto basso alle contribuzioni private ai singoli candidati. A farne le spese furono, paradossalmente, proprio le organizzazioni politiche minori, perché la disponibilità di una piú vasta macchina organizzativa avvantaggiava democratici e repubblicani nella raccolta di risorse sempre piú scarse e nell’elaborazione di strategie che permettavano di eludere il dettato della legge. Un sistema bipartitico già senza sbocchi ne usciva ulteriormente consolidato, con evidenti conseguenze proprio in termini di permeabilità tra potere politico ed economico.

Portraits replaced

Scoppiato in un periodo di grande volatilità politica, il Watergate incise inoltre sulle scelte dell’elettorato e sugli equilibri interni ai due principali partiti. Le elezioni congressuali del ’74, tenutesi a meno di tre mesi dalla chiusura dello scandalo, registrarono un crollo dei consensi nei confronti del partito di Nixon, che favorí il ricambio generazionale tra le file dei democratici eletti al Congresso e alteró gli equilibri nel braccio di ferro tra repubblicani moderati e conservatori. Il Watergate, inoltre, frenó l’ascesa del partito repubblicano ma salvò solo temporaneamente i democratici dalla crisi in cui si erano cacciati durante l’amministrazione Johnson. Quando i repubblicani conquisteranno di nuovo la Casa Bianca nel 1980, il progetto politico di Nixon, un abile compromesso tra l’ala moderata e quella conservatrice del partito che però, nei fatti, manteneva l’egemonia della prima sulla seconda, era stato ormai sepolto dalla rivoluzione reaganiana.

Goldwater

Per cogliere la complessità della questione bisogna guardare a due tendenza fondamentali della politica americana negli ultimi quaranta-cinquant’anni. La prima è quella del progressivo spostamento del baricentro politico dal nordest al sud del paese che ha origine nei profondi mutamenti demografici, economici e culturali del dopoguerra. La svolta, da questo punto di vista, si colloca attorno alla metà degli anni Sessanta e anche in questo caso uno sguardo alla carta d’identità dei presidenti eletti negli ultimi decenni spiega molte cose. Johnson era un texano, come Gerge W. Bush. Nixon era un californiano, come Ronald Reagan. Carter veniva dalla Georgia. Unica eccezione, di nuovo, quella di Geroge H.W. Bush, che però non fu rieletto e fu invece sconfitto dall’ex-governatore dell’Arkansas, Bill Clinton. A questa, per così dire, borbonizzazione della politica americana è legata l’altra tendenza fondamentale, vale a dire la crescita del movimento conservatore come reazione principalmente al conflitto razziale, ai programmi sociali della Great Society johnsoniana, alla contestazione nei confronti della guerra in Vietnam, alla controcultura degli anni Sessanta e alla crisi economica degli anni Settanta. Una tendenza, questa, per molti versi di segno opposto rispetto alla processo di secolarizzazione dei costumi ed espansione dei diritti avviato ai tempi del New Deal e poi rilanciato negli anni Sessanta da Kennedy e soprattutto dal suo vice e successore Johnson. E proprio sulla crescita del movimento conservatore val la la pena di soffermarsi.

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Un primo nucleo duro si organizzò verso la fine degli anni Cinquanta in una serie di organizzazioni giovanili di destra, di cui gli Young Americans for Freedom divennero l’esempio più vistoso. Poi nel 1964 un oscuro senatore dell’Arizzona, Barry Goldwater, conquistava la nomination repubblicana con una piattaforma apertamente razzista e sull’onda di una straordinaria mobilitazione che dette una spallata al maggioranza moderata del partito. Il radicalismo di Goldwater spaventò e non convinse. Il candidato repubblicano fu travolto dall’erede di Kennedy, che riscuoteva con gli interessi il credito morale accumalatosi a un anno dall’assassinio di Dallas. Ma quella conservatrice era un’onda lunga. La base di Goldwater, smobilitata all’indomani della sconfitta, si galvanizzò ai disordini politici che nella seconda metà degli anni Sessanta spaccarono il partito democratico e lanciarono Nixon nella corsa alla Casa Bianca. La vittoria repubblicana alle presidenziali del ‘68 vide infatti il confluire di diverse forze. In campagna elettorale Nixon, pur tenendosi ben stretto l’establishment repubblicano, accettò il sostegno dei conservatori e, una volte entrato in carica, aprí loro le porte dell’amministrazione. Il successo in ben cinque stati del sud di George Wallace, il governatore dell’Alabama che aveva lasciato il partito democratico e si era candidato da indipendente in difesa della segregazione, confermò Nixon e i conservatori nella convinzione che l’elettorato meridionale era pronto per il salto dai democratici ai repubblicani. Si trattava di un mutamento profondo della scena politica, che interessava prevalentemente il sud del paese e che non si spiegava unicamente col la reazione al movimento dei diritti civili ma anche con la crisi dell’alleanza tra centro liberal del partito democratico e classe operaia. Un’alleanza, questa, forgiata durante il New Deal e divenuta ormai vittima del proprio successo una volta che milioni di lavoratori bianchi avevano raggiunto una condizione di relativa prosperità. Nixon parlava la loro stessa lingua. Anche a lui l’establishment liberal non piaceva. Non gli piaceva neppure la radicalizzazione del movimento studentesco e la crisi dei valori tradizionali. Fu lui, infatti, a lanciare lo slogan “legge e ordine”. Eppure, in economia e politica estera la sua amministrazione non virò a destra. Ci fu l’apertura alla Cina comunista e la Great Society non fu smantellata, come chiedevano i conservatori. Nel 1972 Nixon centrò la campagna per la rielezione sui temi sociali e culturali cari ai conservatori, tacendo sulle politiche sostanzialmente moderate della sua amministrazione. Vinse di nuovo, travolgendo George McGovern con la terza piú alta percentuale della storia.

1972 Electoral Map

Il partito democratico aveva mantenuto la maggioranza al Congresso, ma all’indomani delle elezioni, una quarantina tra senatori e rappresentanti democratici – in parte provenienti dagli stati del Sud e di chiaro orientamento conservatore, in parte vicini alla tradizionale ala sindacalista del partito che era stata superata a sinistra dalla nuova generazione di attivisti democratici – entravano in trattative coi repubblicani, per passare dall’altra parte della barricata politica. Imbrigliato l’impeto del movimento conservatore, Nixon era sul punto di consolidare il predominio repubblicano con la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Congresso, che dal 1928 i repubblicani avevano conquistato solo nel biennio 1946-48 e in quello 1952-54. A vanificare un “ribaltone” che avrebbe prodotto un riallineamento politico di portata storica fu proprio lo scoppio del Watergate. Due anni dopo, all’indomani delle elezioni congressuali del ’74, i democratici vantavano una maggioranza schiacciante di 291 a 144 alla Camera e di 61 a 37 al Senato. La valanga elettorale permise l’entrata in massa nell’arena politica di una nuova schiatta democratica che si era formata nel movimento per i diritti civili, nella campagna contro la guerra in Vietnam, nel nascente movimento femminista, e si era poi consolidata durante la fallimentare campagna di McGovern. Una classe politica di estrazione sociale medio-alta, sensibile verso le minoranze piuttosto che nei confronti della vecchia base operaia.

Ford, Carter, and Reagan

Tuttavia non sarebbero stati loro a dominare la politica americana dei prossimi anni perché, in ultima analisi, il Watergate fece il giocò della destra, non della sinistra. Fece a pezzi il capolavoro di equilibrismo messo in piedi da Nixon e, con quello, l’egemonia moderata sul partito repubblicano, senza però fermare l’onda lunga conservatrice. Dopo le dimissioni di Nixon i conservatori si allontanarono dall’establishment moderato repubblicano, per poi chiuderci in maniera definitiva alla convention del ’76, quando Ford confermò il liberal Rockefeller come candidato alla vicepresidenza. Durante la presidenza Carter, la destra si affermò a livello nazionale, con il sostegno di una parte del mondo industriale e il contributo intellettuale dei neocoservatori, ma anche grazie all’attivismo della New Right, il movimento politico guidato dai giovani conservatori che si erano fatti le ossa negli Young Americans for Freedom e nella campagna presidenziale di Goldwater e che avevano avuto il battesimo del fuoco durante l’amministrazione Nixon. Nel 1980 Ronald Reagan, l’uomo che aveva per la prima volta raggiunto la notorietà politica chiudendo la campagna di Goldwater con un eloquente discorso, entrava alla Casa Bianca.

Reagan Swearing In

Per chi fosse interessato, questa è la citazione dell’articolo: Giacomo Mazzei, “Watergate trent’anni dopo”, Millenovecento, anno IV, n. 28, febbraio 2005, pp. 44–54.

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