I sei giorni che sconvolsero il mondo

Copertina

Nell’ottobre 1962, nel corso di quella che è passata alla storia come “crisi dei missili”, si sfiorò, com’è noto, l’olocausto nucleare. Il braccio di ferro tra Washington e Mosca, successivo alla scoperta da parte dell’intelligence americana di una base missilistica sovietica in fase di istallazione sul suolo cubano, poi smantellata, segnò inoltre un passaggio fondamentale della guerra fredda ed ebbe molteplici ripercussioni politiche in numerose aree del pianeta, compresa l’Italia, dove accelerò la cosiddetta “apertura a sinistra”, cioè l’inclusione dei socialisti nell’area di governo. Sull’argomento c’è un’ampia letteratura in lingua inglese ed esistono diversi articoli di taglio accademico in italiano. Solo lo scorso novembre è però apparsa nel nostro paese, per i tipi di Le Monnier, la prima monografia. Si tratta de I sei giorni che sconvolsero il mondo. La crisi dei missili di Cuba e le sue percezioni internazionali, di Leonardo Campus, dottore di ricerca e autore di testi storici per la Rai, il quale, posso testimoniarlo personalmente, ha dedicato al progetto molti anni di studio serio e appassionato. Ho conosciuto Leonardo nel 2008, quando eravamo entrambi impegnati in ricerche d’archivio presso la Kennedy Library di Boston, e da allora abbiamo più volte avuto modo di discutere del suo lavoro. Mi ha fatto senz’altro piacere ritrovare il mio nome nella pagina dei ringraziamenti in apertura al volume e ne scrivo volentieri.

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La sua è un’opera meritoria  perché fornisce una ricostruzione della vicenda diplomatica che risulta insieme approfondita, aggiornata e accessibile, grazie al linguaggio piano e al tono discorsivo, a un pubblico non di soli addetti ai lavori. Alla suddetta ricostruzione è riservata la prima parte. Nella seconda, come preannunciato dal titolo, viene tratteggiata la percezione della crisi a livello internazionale, con riferimento in particolare agli Stati Uniti, all’Italia e a una serie di osservatori speciali (politologi, scienziati, religiosi), e in ciò consiste il contributo di novità sul piano storiografico, nella convinzione, a mio parere del tutto condivisibile, che la crisi offra un punto di vista straordinariamente ricco sia sulla guerra fredda, sia sull’era atomica. Ora, in un libro di storia gli interrogativi sollevati, magari solo implicitamente, sono altrettanto importanti di quelli cui si dà risposta in maniera esplicita, poiché è anche così che l’autore provoca stimoli nel lettore, ed è principalmente sotto tale profilo, credo, che va ricercato il valore di questa seconda, originale parte dell’opera. Il quadro presentato è vasto e finora non è mai stato ricomposto con tanta dovizia di dettagli, e non mi riferisco solamente agli studi condotti in Italia. Del resto, un’osservazione di tenore analogo la si trova pure nella prefazione al volume, scritta da uno storico di fama internazionale, John Harper, che apprezza l’attenzione ad «un’esperienza tanto unica quanto rivelatrice» e l’intenzione di «aprire una strada, mostrando quanto proficua possa rivelarsi questa nuova prospettiva d’indagine. A confermarlo», continua sempre Harper, «vi è la ricchezza dei documenti inediti», molti dei quali, aggiungo io, vengono largamente messi in risalto nel testo stesso, a uso e consumo, quindi, del lettore. Degno di nota è infine l’apparato di illustrazioni a corredo del testo: fotografie, tra cui quelle qui riprodotte, reperibili on-line, ma in parte anch’esse inedite, vignette satiriche e stralci dalle prime pagine dei giornali dell’epoca.

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Ciò detto, a prescindere dall’amicizia che mi lega a Leonardo e dalla stima che nutro nei suoi confronti, non voglio esimermi dall’esprimere almeno alcune notazioni critiche, di cui egli è ovviamente al corrente. Soprattutto mi preme notare, per quanto riguarda l’analisi della “dimensione socio-culturale” consegnata alla seconda parte, una certa ritrosia, peraltro piuttosto diffusa tra gli studiosi nostrani, all’utilizzo degli strumenti metodologici tipici dei cultural studies di matrice anglosassone. Il risultato è talvolta, inevitabilmente, una scivolata su nozioni di classe, genere e razza forse un po’ troppo stereotipate. Va tuttavia riconosciuto con altrettanta onestà lo sforzo non indifferente compiuto nell’affrontare la vastità e complessità dei temi trattati e nel divulgarne aspetti fondamentali, fornendo una vera e propria miniera di informazioni, motivi per ulteriori approfondimenti e spunti di riflessione. Se ne è accorto Paolo Mieli, che lo scorso 23 dicembre ha pubblicato un articolo sul Corriere della Sera, dal titolo “Progressisti anti-Kennedy”, in cui saccheggia il capitolo sulle percezioni della crisi in Italia.

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Per chi volesse acquistarlo o saperne di più, il libro è disponibile su Mondadori Education, dove sono presenti anche l’indice completo, brevi notizie biografiche sull’autore e il link a una sua video-presentazione sul sito di Rai Storia, nella quale, tra l’altro, spiega la ragione dei “sei giorni”, invece dei canonici “tredici” tradizionalmente associati alla crisi dei missili, cui allude nel titolo del libro.

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