Inglesorum

ERA

L’Associazione radicale esperanto ha lanciato ieri, su BuonaCausa.org, una raccolta fondi sotto lo slogan “No al bilinguismo anglo-italiano”. L’obiettivo è di sostenere un’azione legale nei confronti della pubblicitaria Annamaria Testa, diffidata dall’utilizzare l’espressione “dillo in italiano” nell’omonima petizione su Change.org contro l’abuso dell’inglese da parte di istituzioni, media e imprese del nostro paese. L’espressione in questione, si legge nella diffida, è “segno distintivo” dell’associazione, che l’aveva precedentemente usata in una “campagna per l’internazionalizzazione della lingua italiana, la libertà di scelta della lingua straniera e contro l’inglesorum.” Tanto più che la petizione incriminata è volta a promuovere il bilinguismo, mentre è proprio “contro la deriva bilinguista” che si battono gli esperantisti. Insomma è guerra di slogan (dal gaelico sluaghghairm, “grido di guerra”, secondo la Treccani) e di carta bollata, e non mancano i colpi bassi. Sulla pagina che ospita la raccolta fondi c’è persino il montaggio audio di una lunga serie di banali anglicismi sciorinati dalla stessa Testa durante un suo intervento presso una nota organizzazione del ramo pubblicitario. L’intervento risale al 2013; chissà, magari nel frattempo si è pentita. Ad ogni modo, notiamo l’aprirsi delle prime vistose crepe nel fronte, per la verità piuttosto diversificato, formatosi in contrapposizione alle recenti trovate promozionali di Marina militare, Expo e comune di Roma, i vari “Be Cool and Join the Navy”, “VeryBello” e “RoMe and You” cui ho dedicato tre post negli ultimi tre mesi.

War of Words

Va peraltro notato che l’associazione radicale già da tempo si occupa di queste cose, come essa giustamente rivendica. Forse non sempre lo ha fatto con grande efficacia, almeno a giudicare dalla diatriba in corso. Su quest’ultima si esprimerà chi di dovere, ma resta il fatto che, mentre la petizione di Testa sembra riscuotere parecchi consensi, dell’originaria campagna esperantista, che per inciso risale a un paio d’anni fa, poco si è sentito parlare (e scarse sono le tracce che ha lasciato su Internet). Quelle degli esperantisti sono posizioni (manco a dirlo) radicali, per certi versi utopistiche (ma di qualche utopia si sente la mancanza), per altri quantomento discutibili. Dubbio, ad esempio, è l’utilizzo reiterato che fanno della categoria “genocidio culturale”. La cultura è oggetto troppo mutevole e poroso per ricondurlo in maniera schematica a una singola “genia”, concetto anch’esso alquanto problematico. E tuttavia non hanno tutti i torti nel denunciare i rischi di impoverimento che corriamo in ambito scolastico, accademico e per quanto riguarda la cultura di massa. Occorre notare inoltre la grande attenzione che dedicano al nesso tra usi e abusi linguistici da un lato ed esercizio del potere dall’altro, spesso alla radice dell’inglesorum, il quale, esattamente come il latinorum manzoniano, facilmente si presta all’inganno dell’interlocutore più sprovveduto. Di tutto ciò si trovano esempi interessanti sul sito dell’associazione (di cui esistono tre versioni in altrettante lingue, italiano, inglese ed esperanto, ma la versione in esperanto è significativamente molto più scarna delle altre due) e inoltre su Radioradicale, dove ogni settimana va in onda Translimen, trasmissione a cura del segretario dell’associazione, Giorgio Pagano (lo stesso che l’estate scorsa si è fatto cinquanta giorni di sciopero della fame contro i corsi in inglese al Politecnico di Milano).

Tullio de Mauro

Più soft (ahi!) l’approccio di Testa, che cura un sito, Nuovo e utile – teorie e pratiche della creatività, con tutti gli aggiornamenti sulla petizione da lei promossa e, tra l’altro, un resoconto dell’intervento di Tullio de Mauro lo scorso ottobre al festival di Internazionale. Secondo l’insigne linguista, si legge sul sito, “l’attuale abuso dei termini inglesi deriva dal fatto che conosciamo male l’inglese e intercettiamo soltanto alcuni dei possibili significati dei vocaboli… è una conseguenza della dealfabetizzazione: la causa è il non possesso di corrispondenti, e adeguati, termini italiani”. Segue, nella sezione dei commenti, un acceso scambio di vedute tra Testa e Pagano, che quindi si sono già scontrati sull’argomento.

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