Archive for the 'Economy' Category

Lavorare meno, lavorare tutti

comizio

Un vecchio slogan sessantottino è il succo del ragionamento di Pierre Carniti, che di quella stagione fu protagonista e che stamattina, in occasione della presentazione del volume Pensiero, azione, autonomia, a lui dedicato, ha ribadito l’attualità di quelle parole. Per affrontare la trasformazione tecnologica in atto e le sue conseguenze negative in termini di occupazione e livelli di reddito, non si può prescindere, secondo Carniti, da una riduzione degli orari di lavoro. In platea ad assistere, nonostante i pressanti impegni di queste ore, il Presidente Mattarella; sul palco, tra gli altri, Romano Prodi.

sciopero

Riformista doc, ex senatore ed ex deputato europeo, tra i pochi ad occuparsi di povertà nell’Italia dei ruggenti anni ’90, il nome di Carniti è tuttavia legato soprattutto alle vicende del sindacalismo italiano nel periodo di massima forza contrattuale. Fu giovane allievo della scuola di formazione CISL e dirigente di spicco dei metalmeccanici FIM negli anni ’50 e ’60, segretario della FIM dal 1970 al 1974 e poi della CISL dal 1979 al 1985, leader dell’Autunno caldo e sostenitore nel 1984 del cosiddetto decreto di San Valentino sulla scala mobile, su cui l’anno dopo si sarebbe svolto uno storico refendum. Sempre in tema di consultazioni referendarie, nel 1974 si schierò apertamente, con altri cattolici democratici, per il No all’abrogazione della legge sul divorzio, e più recentemente ha detto No anche alla riforma costituzionale proposta dal governo Renzi, definendola un pasticcio.

flm

Il volume presentato oggi – oltre cinquecento pagine che comprendono diversi contributi illustri e un lungo saggio biografico – celebra gli ottant’anni di Carniti, il quale, a dispetto dell’età, dimostra una grinta che ricorda quella dei giorni migliori. Di quel tempo sono una testimonianza le foto riprodotte qui sopra. Per approfondire il suo pensiero in materia di lavoro e riduzione dell’orario, leggete un sua brillante digressione storica, “La disoccupazione tra chiacchiere ed indifferenza”, pubblicata un paio di anni fa sulla rivista on-line Eguaglianza e Liberta, di cui è stato a lungo direttore. Sul sito troverete anche la già citata presa di posizione sul recente referendum costituzionale e numerosi altri interessanti articoli, suoi e non solo, su politica, lavoro, globaizzazione, diseguaglianze.

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Brevi note su Fed e Bce

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Lo zio ha pubblicato un articolo sulla rivista on-line Eurostudium. Sono delle “brevi note” – una ventina di pagine, compresa la bibliografia – sulla Federal Reserve e la Banca Centrale Europea, come sono organizzate e funzionano all’interno dei rispettivi sistemi federali, con spunti in chiave comparativa e notizie storiche, in particolare riguardo alla Fed, che quest’anno ha compiuto un secolo di attività. Ringrazio, per i preziosi consigli, Francesco Papadia, esperto di caratura internazionale, che è stato, tra l’altro, direttore generale per le operazioni di mercato della Bce dal 1998 al 2012 e di cui segnalo il blog: Money Matters? Perspectives on Monetary Policy. Misurato ma, nonostante le precedenti responsabilità istituzionali di Papadia, nient’affatto paludato, anzi, sempre diretto nelle argomentazioni e spesso pungente, il suo blog è una vera e propria miniera di sapere sull’argomento.

Crisi economica e Stati Uniti d’Europa

Lo zio ha pubblicato un articolo sulla rivista on-line Eurostudium. È una riflessione sul modello federale americano, sul suo funzionamento in termini di sovranità e rappresentanza, la sua storia, con particolare attenzione agli aspetti economico-finanziari, e la sua applicabilità, certamente dubbia ma pur sempre degna di considerazione, al caso europeo.

Liberismo?

Who Increased the Debt, Reagan to Obama

Sono anni che mi chiedo perché non si parli mai o quasi del fatto che i supposti campioni del liberismo negli Stati Uniti siano gli stessi che negli ultimi trent’anni hanno maggiormente incrementato il debito pubblico di quel paese. Beh, forse la risposta me la sono data data da un pezzo. E voi?

Lotta di classe

Finalmente se ne risente parlare. A farlo non è un nostalgico dei soviet ma il premio Nobel per l’economia ed editorialista del New York Times Paul Krugman. Ieri sul suo blog, The Conscience of a Liberal, ha pubblicato alcune brevi “Notes on Class Warfare,” quella lotta di classe, cioè, che ha avuto luogo negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti a favore dei “ricchi,” come li chiama lui senza troppi giri di parole, e contro i ceti medi. Le note di Krugman dovrebbero far riflettere chi parla di fine delle ideologie, della distinzione tra destra e sinistra, ecc. Eccole:

1. Major tax cuts for high-income Americans, much larger as a percentage of income than for the middle class; CBO data here.

2. Decline in real minimum wage.

3. Union-busting, aided and abetted by federal policy.

4. Financial deregulation, which has fed inequality because very high incomes come disproportionately from that sector.

And now shrieks of outrage over the prospect of even a slight reversal of these trends.

Wisconsin School of Labor

Si è chiusa, almeno per il momento, la partita sui diritti sindacali dei dipendenti pubblici nel Wisconsin, una vicenda di grande rilievo politico, che i media italiani hanno in gran parte ignorato. A vincere quello che potrebbe rivelarsi solo il primo round di un match ben più lungo, l’inizio di un più vasto scontro su scala nazionale, è stato il neoeletto governatore del Wisconsin, il repubblicano Scott Walker, con la sua maggioranza, anch’essa fresca di elezione, che, dopo un braccio di ferro con i democratici durato circa un mese, sono riusciti a passare una legge che cancella la contrattazione collettiva nel settore pubblico. Si tratta di una svolta epocale. Proprio nel Wisconsin, tra i cinquanta stati dell’Unione quello che vanta la più antica e gloriosa tradizione progressista, il diritto alla contrattazione collettiva fu per la prima volta riconosciuto ai sindacati del pubblico nel 1959. Da allora molte cose sono cambiate. Se alla fine degli anni Cinquanta i lavoratori del settore erano una minoranza tra la forza lavoro sindacalizzata, oggi, dopo decenni di delocalizzazione industriale, costituiscono un pezzo considerevole di quel che resta del movimento sindacale negli Stati Uniti. Rappresentano anche un’importante base di consenso elettorale e di finanziamento per il Partito Democratico, probabilmente la più importante al di fuori delle grandi lobby finanziarie. Di qui la portata dell’operazione repubblicana nel Wisconsin, che infatti si è scontrata con una forte opposizione politica e sociale, compresa l’occupazione della sede del governo statale da parte di migliaia di dimostranti, e ha quindi destato particolare attenzione nel paese. Ma simili misure sono state già introdotte in altri stati a maggioranza repubblicana e vengono ora prese in considerazione anche da alcuni democratici, come il nuovo governatore di New York, Andrew Cuomo. Siamo di fronte a un passaggio politico di non poco conto, laddove la vittoria conservatrice nelle recenti elezioni americane ha imposto una ricetta anti-crisi fatta di tagli alle tasse e alla spesa pubblica, accompagnati da un attacco senza precedenti ai diritti sindacali, per fare cassa ai danni dei lavoratori.

Con il nord Africa in rivolta e adesso con lo tsunami in Giappone, non c’è da stupirsi se il mondo dell’informazione in Italia ha dato poco spazio alle notizie provenienti da un luogo che probabilmente la maggior parte degli italiani non sa nemmeno trovare su una cartina dell’America. Tuttavia, è singolare che non se ne sia parlato affatto, o quasi, dalla metà di febbraio, quando la vicenda è esplosa, ad oggi. Navigando sui siti dei principali quotidiani, non se ne trova praticamente traccia: un paio d’articoli sul confindustriale Sole 24 Ore, ovviamente interessato alla cosa, un pezzo di Maurizio Molinari sulla Stampa, qualche post sui blog associati ai quotidiani on-line e niente più tra le numerose curiosità e apparenti stranezze che riempiono, come al solito, le cronache dagli Stati Uniti. Questo silenzio mi sembra il segno di qualcosa di più profondo di una semplice disattenzione. Alla grande stampa italiana, per non parlare dei telegiornali, l’America del dissenso, soprattutto quello sociale, sembra interessare poco. Eppure, molto si è parlato dei contratti draconiani firmati dalla United Auto Workers (UAW) con le case automobilistiche di Detroit. Ma ciò serviva gli interessi di Marchionne e dei solerti corifei schierati a sostegno dell’amministratore delgato della FIAT e dei suoi piani di modernizzazione industriale dell’indotto automobilistico italiano. Meno conveniente, evidentemente, risulta parlare dell’altra faccia della medaglia. Tutto cio mi pare inequivocabilmente un segno dei tempi. Una volta, tanti anni fa, per intenderci ai tempi del Piano Marshall, del Miracolo economico, fino all’Autunno caldo, quando la UAW era la più efficiente macchina di mobilitazione del movimento operaio negli Stati Uniti e il sindacalismo americano era considerato un modello dalla nostrane CISL e UIL, certe notizie sarebbero forse finite in prima pagina anche in Italia. Qualcuno forse avrebbe ricordato la cosiddetta Wisconsin School of Labor, quel circolo di storici, giuristi, sociologi ed economisti cui si ispirarono illustri studiosi, sindacalisti e politici italiani, tra cui lo stesso Gino Giugni, il padre dello Statuto dei lavoratori, che a Madison andò a studiare con una borsa Fulbright. Il Wisconsin ormai non fa più scuola, o magari sí, anche se non se ne parla, anzi, forse proprio perché non se ne parla.

Per saperne di più, leggi The Great Wisconsin Blowjob, una cronaca poco ortodossa ma sostanzialmente accurata dei fatti, e Convenient Scapegoat: Public Workers under Assault, con un’analisi storica del problema.

How Much Richer Have the Rich Gotten?

In 2008, Ferrari saw its profits growing once again. The recent figures from the company’s balance sheet confirm a decade-long positive trend. As in the past, North America made the largest contribution to Ferrari’s fortune last year, but the Eastern European, Middle Eastern, and Asian markets, too, grew. While the mainstream auto industry worldwide is facing an unprecedented crisis, with the Big Three on the verge of collapse and even Toyota in trouble, the appetite for luxury cars seems to be growing. Now Ferrari is about to launch the new California model, hoping to make another big splash in the United States. It is probably a sign of how richer the rich have gotten in the years leading to the current economic downfall. But exactly how much?


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