Archive for the 'Politics' Category



That’s it!

trump

About an hour ago the Washington Post released this 2005 video showing graphic language from The Donald himself about his extramarital “scoring” at the time, and it is now official: Preparation H will be the first woman to be elected President of the U.S. of A.

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Machine-Gun Bacon

Ted Cruz

Chi è il più folle demagogo tra i tanti che animano le deliranti primarie repubblicane? Io dico Ted Cruz che, per tutta risposta alla strage di San Bernardino, ha fatto campagna elettorale in un poligono di tiro, annunciando il lancio di una “coalizione per il secondo emendamento“. Giusto quello che ci vuole! Ma la scorsa estate il senatore texano ha fatto di più, si è superato quando è stato ripreso a papparsi la pancetta fritta sulla canna arroventata di un mitra da cui aveva appena fatto partire una bella raffica. Vedere YouTube per credere. (Avvertenza: il video contiene immagini che potrebbero indurre i più sensibili ad abracciare la jihad.)

Numeri

Mass Shooting USA

Dopo l’ennesima strage in una scuola americana, l’altroieri all’Umpqua Community College di Roseburg, Oregon, ecco alcuni crudi numeri. Ci aiutano a comprendere la vastità di un fenomeno i cui confini vanno ben oltre le aule universitarie. Secondo il sito Mass Shooting Tracker, che basandosi su fonti giornalistiche cerca di tenere il conto di tutte le sparatorie con quattro o più vittime avvenute ogni anno negli Stati Uniti, finora nel 2015 ce ne sono state almeno 297, per un totale di 1.490 tra morti e feriti. Ulteriori dati e informazioni si trovano sul suddetto sito, attivo dal 2013, e nell’articolo su PBS da cui è presa la mappa riprodotta qui sopra.

Inglesorum

ERA

L’Associazione radicale esperanto ha lanciato ieri, su BuonaCausa.org, una raccolta fondi sotto lo slogan “No al bilinguismo anglo-italiano”. L’obiettivo è di sostenere un’azione legale nei confronti della pubblicitaria Annamaria Testa, diffidata dall’utilizzare l’espressione “dillo in italiano” nell’omonima petizione su Change.org contro l’abuso dell’inglese da parte di istituzioni, media e imprese del nostro paese. L’espressione in questione, si legge nella diffida, è “segno distintivo” dell’associazione, che l’aveva precedentemente usata in una “campagna per l’internazionalizzazione della lingua italiana, la libertà di scelta della lingua straniera e contro l’inglesorum.” Tanto più che la petizione incriminata è volta a promuovere il bilinguismo, mentre è proprio “contro la deriva bilinguista” che si battono gli esperantisti. Insomma è guerra di slogan (dal gaelico sluaghghairm, “grido di guerra”, secondo la Treccani) e di carta bollata, e non mancano i colpi bassi. Sulla pagina che ospita la raccolta fondi c’è persino il montaggio audio di una lunga serie di banali anglicismi sciorinati dalla stessa Testa durante un suo intervento presso una nota organizzazione del ramo pubblicitario. L’intervento risale al 2013; chissà, magari nel frattempo si è pentita. Ad ogni modo, notiamo l’aprirsi delle prime vistose crepe nel fronte, per la verità piuttosto diversificato, formatosi in contrapposizione alle recenti trovate promozionali di Marina militare, Expo e comune di Roma, i vari “Be Cool and Join the Navy”, “VeryBello” e “RoMe and You” cui ho dedicato tre post negli ultimi tre mesi.

War of Words

Va peraltro notato che l’associazione radicale già da tempo si occupa di queste cose, come essa giustamente rivendica. Forse non sempre lo ha fatto con grande efficacia, almeno a giudicare dalla diatriba in corso. Su quest’ultima si esprimerà chi di dovere, ma resta il fatto che, mentre la petizione di Testa sembra riscuotere parecchi consensi, dell’originaria campagna esperantista, che per inciso risale a un paio d’anni fa, poco si è sentito parlare (e scarse sono le tracce che ha lasciato su Internet). Quelle degli esperantisti sono posizioni (manco a dirlo) radicali, per certi versi utopistiche (ma di qualche utopia si sente la mancanza), per altri quantomento discutibili. Dubbio, ad esempio, è l’utilizzo reiterato che fanno della categoria “genocidio culturale”. La cultura è oggetto troppo mutevole e poroso per ricondurlo in maniera schematica a una singola “genia”, concetto anch’esso alquanto problematico. E tuttavia non hanno tutti i torti nel denunciare i rischi di impoverimento che corriamo in ambito scolastico, accademico e per quanto riguarda la cultura di massa. Occorre notare inoltre la grande attenzione che dedicano al nesso tra usi e abusi linguistici da un lato ed esercizio del potere dall’altro, spesso alla radice dell’inglesorum, il quale, esattamente come il latinorum manzoniano, facilmente si presta all’inganno dell’interlocutore più sprovveduto. Di tutto ciò si trovano esempi interessanti sul sito dell’associazione (di cui esistono tre versioni in altrettante lingue, italiano, inglese ed esperanto, ma la versione in esperanto è significativamente molto più scarna delle altre due) e inoltre su Radioradicale, dove ogni settimana va in onda Translimen, trasmissione a cura del segretario dell’associazione, Giorgio Pagano (lo stesso che l’estate scorsa si è fatto cinquanta giorni di sciopero della fame contro i corsi in inglese al Politecnico di Milano).

Tullio de Mauro

Più soft (ahi!) l’approccio di Testa, che cura un sito, Nuovo e utile – teorie e pratiche della creatività, con tutti gli aggiornamenti sulla petizione da lei promossa e, tra l’altro, un resoconto dell’intervento di Tullio de Mauro lo scorso ottobre al festival di Internazionale. Secondo l’insigne linguista, si legge sul sito, “l’attuale abuso dei termini inglesi deriva dal fatto che conosciamo male l’inglese e intercettiamo soltanto alcuni dei possibili significati dei vocaboli… è una conseguenza della dealfabetizzazione: la causa è il non possesso di corrispondenti, e adeguati, termini italiani”. Segue, nella sezione dei commenti, un acceso scambio di vedute tra Testa e Pagano, che quindi si sono già scontrati sull’argomento.

Not So Cool

Uniforme Mantellina

Ma quanto è cool ‘sta mantellina? È senza dubbio il pezzo forte nella collezione uniformi della Marina militare italiana. Sulla qualità della collezione ha ricamato – è il caso di dirlo – la brava Annalisa Merelli nell’ennesimo articolo dedicato all’ormai famigerato slogan “Be Cool and Join the Navy”. Articolo, si noti bene, pubblicato sulla newyorkese rivista on-line Quartz. Sì, perché da quando è finita in parlamento, come già riportato in un mio precedente post, la faccenda non ha mancato di suscitare curiosità anche all’estero. Prima se ne occupa la BBC e poi, dopo che pure il comune di Roma decide di dare un valido contributo col nuovo logo “RoMe & You”, ne scrivono il Telegraph, il Daily Mail, il Daily News, la NBC, persino l’indonesiano Internasional e una testata locale spagnola, Las Provincias (manco a farlo apposta), e ne parla Beppe Severgnini su PRI, dopo aver consegnato al New York Times una riflessione sulla “nuova lingua franca”. Intanto in Italia si moltiplicano disparate prese di posizione. C’è n’è per tutti i gusti: da Francesco Merlo su Repubblica a Sandro Medici, storico esponente della sinistra capitolina, sul Manifesto, al confindustriale Gianluca Comin su Lettera43, al Foglio, alla trasmissione radiofonica dell’Associazione radicale esperanto, Translimen, su Radioradicale, con un’intervista a Fabio Rampelli, capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale alla Camera dei deputati e autore di un’interrogazione parlamentare sulla campagna pubblicitaria della Marina (vedi post precedente). I più sprovveduti, come alcuni camerati di Rampelli che esibiscono il saluto romano in Campidoglio, non fanno che contrapporre il proprio encefalogramma piatto a quello altrettanto privo di segnali appartenente all’ideatore di RoMe & You, che ironia vuole si chiami Antonio Romano e che a RomaToday dichiara: “La nuova identità visiva con cui Roma si propone nelle sue relazioni con tutti i suoi pubblici è composta da tre elementi: il brand Roma, una declinazione essenziale e lineare dello scudetto presente nel logo istituzionale, il claim RoMe&You”. Per dirla con l’indispensabile Voce del Volturno, “ma parla come t’ha fatto màmmeta”.

Dillo in italiano

Altri però si danno da fare concretamente, in particolare la pubblicitaria Annamaria Testa, che lancia la petizione “dillo in italiano” su Change.org, riscuotendo notevoli consensi, ad esempio su StampaNazione e nuovamente Repubblica, ma, ahimè, anche sul Secolo d’Italia, che vagheggia di “autarchia linguistica come ai tempi del fascio”. Comunque, a parte i soliti nostalgici, vale forse la pena di ricordare, come ha fatto il vecchio Enzo Bettizza sempre sulla Stampa qualche tempo fa, più o meno negli stessi giorni in cui la scritta Be Cool and Join the Navy appariva sui primi cartelloni, che la lingua italiana è pur sempre la quarta più studiata al mondo. Ciò, secondo Bettizza, anche grazie al papa, che in effetti guida la meno provinciale, per quanto retriva, tra le istituzioni presenti nel nostro paese, e che in tutte le occasioni significative, comprese quelle in cui si trova all’estero, parla in italiano.

Fan Cool the Navy

Be Cool and Join the Navy (Alemanno)

È la simpatica battuta di un certo, non meglio identificato Cecco Trufolo, che commenta così la foto pubblicata un paio di settimane fa sul suo profilo Facebook dall’ex sindaco di Roma Alemmanno, foto che ho copiato e incollato qui sopra. Nei due mesi abbondanti dal mio post sulla recente campagna di reclutamento della Marina militare italiana, il cui surreale slogan “Be Cool and Join the Navy” penso immodestamente di essere stato tra i primi a segnalare, la questione ha suscitato un discreto interesse. Ne scrive sul Corriere della Sera Giovanni Belardelli, docente di dottrine politiche all’università di Perugia, con toni meno burleschi e contenuti più corposi dei miei. Lo fa pure Pietrangelo Buttafuoco con la sua penna sopraffina, in un gustoso articolo sul Fatto Quotidiano intitolato “Fratels of Italy”. Dopo aver rievocato la classica maschera cinematografica di Mericoni Nando in Un americano a Roma, Buttafuoco definisce la trovata della Marina “awanagana della peggiore cloaca provinciale”, e la sua tagliente ironia rimbalza poi sul Secolo d’Italia, che parla in proposito di “albertosordismo”. Sempre tra il serio e il faceto, il più sinistrorso Globalist, il cui direttore editoriale e marketing, che di queste cose dovrebbere intendersi, è anche lui piuttosto scettico sull’opportunità dell’iniziativa, e chiude citando “In the Navy” dei Village People…

Sottomarino

Ma è soprattutto la destra ad alimentare la polemica, da Buttafuoco e Alemanno ai camerati del quotidiano on-line Primato Nazionale, al Giornale berlusconiano, fino in parlamento, dove il mese scorso un deputato di Forza Italia presenta un’interrogazione scritta alla ministra della difesa Pinotti, e dove ieri il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale alla Camera, Fabio Rampelli, storico esponente romano dell’ala più identitaria e tradizionalista degli ex-missini, torna sull’argomento in aula durante il question time (o forse dovrei dire “le interrogazioni a risposta immediata”). Rampelli apre il proprio intervento in inglese – “dear colleagues, dear minister…” – per denunciare quindi come “inaccettabile” lo slogan incriminato e chiedere la sospensione della campagna pubblicitaria. Pinotti per parte sua rivendica, dati alla mano, la bontà dell’iniziativa. Riferisce infatti che le domande di ammissione alla prima classe degli allievi ufficiali dell’accademia navale di Livorno, per cui la campagna è stata pensata, quest’anno sono aumentate di circa il 20 percento. Se ne trova conferma sul notiziario on-line della Marina, dal quale ho tratto la seguente foto subacquea.

Be Cool and Join the Navy (Marina)

Il successo, secondo la ministra, “dimostra la capacità delle Forze armate di innovarsi e di essere al passo coi tempi”, mentre l’uso dell’inglese “non toglie nulla alla tradizione e alla storia della Marina”. Sarà, ma la cosa continua a suonarmi stonata. Nel post precedente citavo il renziano Jobs Act, altro chiaro esempio di americanizzazione furbesca e accattona. Nel frattempo si è aggiunta un’altra iniziativa del governo, della stessa serie anche se probabilmente non altrettanto degna di biasimo, la piattaforma digitale verybello.it, sulle iniziative culturali previste nel nostro paese in concomitanza dell’Expo di Milano.

Portaerei

In un’intervista al Corriere Aldo Busi dice la sua, col consueto acume, su “verybello” e questa specie di “fighettismo”, come lo chiama lui. Busi, precisa l’intervistatore, “non è un purista conservatore, ma un poliglotta attento allo stato di salute dell’italiano”, e in realtà trova divertente quest’ultima trovata, pensa che possa avere “il suo posticino nella comunicazione globale”. Si professa pragmatico, si dice favorevole all’insegnamento in inglese introdotto al Politecnico di Milano, “perché in certi ambiti l’italiano ha perso prestigio e mercato” (ma il Consiglio di Stato ha riconosciuto la rilevanza costituzionale della questione e se ne dovrà ora occupare la Consulta). Però, aggiunge ancora Busi, “la lingua italiana va scritta e parlata in italiano, come l’inglese va scritto e parlato in inglese”. E invece giù un diluvio di spending review, startup, know how, hashtag, happy hour… “Qui siamo allo Strapaese”, sbotta il nostro. Chissà cosa direbbe del vituperato Be Cool and Join the Navy? E poi, davvero lo slogan della Marina ha funzionato? O non sarà, più semplicemente, che il tasso di disoccupazione continua a salire e quindi sempre più giovani decidono di arruolarsi?

Piloti

Comunque è un peccato che a deprecare l’ennesimo, smaccato esempio di provincialismo siano stati, quasi del tutto isolati e per ovvi motivi politici oltreché ideologici, i sedicenti Fratelli d’Italia e compagnia cantante, che poi sono gli stessi a fare la voce grossa, assieme agli altri trogloditi reazionari della Lega, contro un rinnovato impegno della Marina nell’affrontare quella vera e propria catastrofe umanitaria che quotidianamente si consuma nel Canale di Sicilia e che appena l’altroieri l’ennesima strage ha ricordato a un’opinione pubblica fin troppo distratta. Perché qui non si tratta di fomentare un nazionalismo becero, ma piuttosto di evitare la banalizzazione del servizio militare attraverso gli stilemi di una malintesa cultura pop. Per dirla tutta, non è nemmeno l’uso dell’inglese in sé a costituire necessariamente motivo d’indignazione. E se per promuoverne i corsi all’accademia di Livorno, lasciando intatto lo slogan, si fosse usata una foto dell’ormai conclusa operazione Mare Nostrum, come quella riprodotta qui sotto?

Mare Nostrum

Now, that would have been cool! Sarebbe stata una provocazione intelligente. Del resto, è la Marina stessa a fornire dati impressionanti sulle attività di salvataggio svolte: 189.741 migranti assistiti dal 2005, di cui 156.362 solo nel 2014. Ci sarebbe di che essere orgogliosi. Si preferisce tuttavia proiettare un’immagine più convenzionale, coi piloti di caccia in posa e i sommozzatori all’avventura lungo il profilo di un sottomarino, e siccome ci sono le pari opportunità, oltre ai maschioni sui cartelloni appare anche la ragazzetta che fa il verso a Rosie the Riveter, icona di un femminismo d’antan, lascito anacronistico della propaganda americana della seconda guerra mondiale. Tanto lo fa pure Beyoncé su instagram, avranno pensato i pubblicitari assoldati dall’arma. Perciò, sì, fan cool the Navy! E ovviamente, fan cool the Fratels of Italy!

Bee Cool

Donna

This is how the Navy of Italy, a long-time US ally, whose ancient culture these days appears to have been thoroughly Americanized, is now recruiting. Those who have read a book or two more than most about the complexities of transatlantic relations, including the period of high American hegemony following World War II, often argue that there are plenty of nuances to those relations. That’s certainly true, and there probably are some nuances to this ad, which I saw today on a billboard on a street in Rome, but, really, just how many? And that’s not even to mention the new labor law passed by the Italian Parliament a couple of days ago, the so-called “Jobs Act” (sic). On the latter subject, for English speakers who also read Italian, or for those Italians who can speak English and have understood what I have written so far (ironically, there aren’t many of those in Italy), see the corresponding entry on the website of Treccani, Italy’s best encyclopedia.


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